LA MAPPA DEL PERCORSO (soggetta ad eventuali modifiche in corso d'opera!)

Mappa del mio itinerario

Tre dediche

UNA DEDICA TRISTE

Questo viaggio è dedicato alla memoria di una compagna di scuola scomparsa tragicamente pochi giorni fa. Non l’ho più rivista dalla fine del liceo, saranno diciotto anni. Ma nonostante il tempo passato, l'evento inatteso fa ribollire la memoria che subito diventa dolore. Diciotto anni, o fossero anche di più, ora, non bastano a tenere i mostri lontani. Altro non dirò.


UNA DEDICA DI RICONOSCENZA

Questo viaggio (e, soprattutto, il viaggio di ritorno da questo viaggio - scusate il bisticcio di parole) è dedicato a mio padre e a mia madre.

Quando hanno saputo cosa stavo architettando non hanno reagito con cupi lamenti e tentativi di dissuasione, come invece mi sarei aspettato. Non hanno detto ti arrotano, ti sequestrano i sandinisti, ti sparano a vista, forerai le ruote (sì, forerò, questo è previsto...), ci saranno le cavallette, i terremoti, e i colpi di stato, ma mi hanno incitato e sostenuto. Vuol dire che li conosco ancora poco nonostante tutto il tempo che abbiamo passato insieme. Vuol dire che mi dimentico che anche loro hanno fatto le loro avventure sportive e che, età considerando, continuano a farle tuttora. Mi capiscono più di quanto io conosca loro e per questo mi sento un poco stupido. Ma lo devo accettare, è giusto così, sono più vecchi di me e quindi più saggi, più sgamati.

Pà e mà, grazie di cuore per tutto.


UNA DEDICA DI PAZZA GIOIA

Questo viaggio è dedicato anche ad Andres, l'altra faccia della medaglia. Un meticcio Tosco-Costaricano, un ramingo, un viaggiatore nato che ha girato-il-mondo senza il becco di un quattrino in tasca, inventandosi lavori dal nulla: pizzaiolo in Australia, conduttore di show di pappagalli ammaestrati per i turisti a Minorca (lo trovate qui su youtube), gestore di ostelli in Scozia, surfer di TIR dal Chiapas a Las Vegas, attualmente trafficante di lasagne al ragù a Medellin, in Colombia. Un Neil Cassady dei tempi d’oggi che ancora aspetta di incontrare il suo Kerouac. Se qualcuno di voi si sente scrittore in erba, in particolar modo di romanzi picareschi, mi faccia un fischio: il protagonista del romanzo glielo presento io!

Ricordi Andres quando ti ho rotto il ghiaccio io a Calcutta con quella dolce ragazza canadese che adesso è la tua fidanzata e hai ritrovato l’amore? Mi devi un favore? Non c’è bisogno che te lo dica, sai già che ne gradirei uno dello stesso genere…

Aspettami o bischero, in quell’ostello di Bocas Del Toro con tutti gli altri della banda. Mary, Riccardo & moglie, Manuel, Oeystein. Sto arrivando su quell'isoletta anch'io, e in bici, come promesso. Il sogno si avvera, la fantasia ha preso il potere e sembra proprio intenzionata a tenerselo stretto.



giovedì 23 agosto 2012

Perdido en el corazón de la grande Babylon (Lost in Panamà City)


E quindi sono arrivato a Panamá City e ho preso possesso di un letto in camerata nell'ostello più lussuoso della città: aria condizionata, WiFi, balcone, posizione centrale, servizio puntualissimo, mega televisore LCD con Sky e DVD, cucina più nuova e pulita di quella di casa mia. Il viaggio è finito ed è stato uno spettacolo indimenticabile. Mi restano sette giorni di turismo prima di salire sull'aereo e tornare in Italia. I primi due giorni a Panamá li dedico a trovare un negozio di biciclette per imballare Felicia e togliermi questo peso di dosso. Mi documento su Internet sui negozi più vicini all'ostello. Mi appunto l'indirizzo su un foglio, mi stampo la mappa da Google Maps, monto in sella e sono pronto a perdermi nella metropoli in cerca dei negozi. E, in effetti, mi perdo davvero; il mio senso dell'orientamento è davvero scarso. Dopo aver girato a vuoto per parecchie ore, dopo aver chiesto svariate volte indicazioni, dopo essermi diretto a ovest (faccio per dire) quando il negozio che cercavo era a est, riesco finalmente a mettermi sulla strada giusta. Becco un primo negozio, parlo col commesso ma non mi convince molto. Il secondo (altri giri lunghissimi perdendomi e chiedendo costantemente indicazioni) invece è più grosso, più attrezzato, e ha un sacco di scatoloni da bicicletta. Fisso per tornarci il giorno dopo quando mi presento di nuovo in sella a Felicia ma con anche diverso materiale da imballaggio che ho comprato nel frattempo. Nel giro di un paio d'ore -aiutato da un commesso- esco dal negozio con Felicia smontata e imballata per bene dentro il cartone. Monto su un chicken bus (lo scuolabus giallo dei Simpson, per intenderci) spingendoci dentro a fatica il pesante scatolone e torno in ostello. Il bus mi lascia a un paio di chilometri di distanza dall'ostello che si trova in una zona vecchia a traffico limitato dove gli autobus non possono passare. Appena sceso dall'autobus becco per puro caso un facchino con un carrello e gli chiedo se mi aiuta a portare lo scatolone di Felicia fino all'ostello. Il ragazzino mi fa il lavoro in cambio di un paio di dollari. Arriviamo all'ostello, lo pago e metto lo scatolone in garage. Adesso posso finalmente riposarmi e pensare solo a fare il turista.


Dedico un paio di giorni a visitare Casco Viejo il quartiere dove sono alloggiato. E' il quartiere più antico di Panamá ma anche quello turisticamente, architettonicamente e socialmente più interessante. Il quartiere è in fase di ristrutturazione e riqualificazione (qualunque cosa significhi questa ingannevole parola). Ci sono cantieri edili ovunque. Alcuni edifici in stile coloniale spagnolo (ma anche francese) sono affascinanti, decadenti e cadenti. Altri sono restaurati ed esteticamente più invitanti. Nel quartiere convivono quindi due anime. Quella povera ma "viva" e fotograficamente più affascinante: famiglie allargate di gente di colore che passa il tempo seduti sul portone di casa nel tentativo di esorcizzare il caldo umido o ispanici che fanno lavoretti artigianali e hanno piccole botteghe (negli edifici che cadono a pezzi). Oppure esercizi commerciali rivolti ai turisti facoltosi: bistrò, cafè e ristoranti cari e alla moda negli edifici ristrutturati. Lascio al lettore indovinare quale delle due anime di Casco Viejo io abbia più apprezzato... Ottime fotografie scattate girellando per Casco Viejo.
Comunque la città in genere è interessante, viva, moderna e antica al contempo, in forte sviluppo, umida da impazzire e multiculturale (trovi i tradizionalisti indigeni Kuna così' come i brutti ceffi dell'alta finanza). Senza dubbio l'unica capitale dell'America Centrale che valga davvero una visita.

Un altro giorno lo dedico a visitare Panamá Viejo, da non confondere con Casco Viejo. Panamá Viejo è un sito archeologico delle rovine della prima fondazione della Città di Panamá.
E' ubicata poche decine di chilometri fuori dall'attuale Città di Panamá ed è tutelato dall'UNESCO in quanto patrimonio storico di importanza mondiale. Fu fondata agli inizi del 1500 e divenne subito un importante porto commerciale soprattutto per i beni provenienti dal Perù e diretti verso il Vecchio Continente. Subì ripetuti incendi e terremoti e fu definitivamente rasa al suolo dall'attacco del pirata Henry Morgan alla fine del 1600 che la incendiò e la saccheggiò. A quel punto gli spagnoli abbandonarono definitivamente il sito e rifondarono Panamá pochi chilometri più a Ovest, dove si è poi sviluppata nella metropoli attuale.


E poi c'è la visita alle chiuse sul Canale di Panamá che è stata un’emozione del tutto inattesa. Confesso di essermi divertito come un bambino in un cinema 3D. Prendo un autobus dal centro di Panamá e scendo alla fermata vicino alle Chiuse di Miraflores, delle tre chiuse che formano il Canale sono quelle più vicine al Pacifico e quindi alla città. C'è un ingresso a pagamento che include un interessante museo sulla storia del Canale e la possibilità di accedere a un palco proprio difronte alla chiusa e poter così osservare le navi che vanno e che vengono. C'è uno speaker che annuncia gli arrivi delle navi e racconta con un pizzico di umorismo alcune curiosità sul Canale e le sue navi. Se ben ricordo una nave cargo paga allo stato di Panamá mediamente 3-400 mila dollari (si avete letto bene, 400.000$) per attraversare il canale. Se vi sembrano un sacco di soldi, pensate a questo: circumnavigare il continente sudamericano doppiando Capo Horn sarebbe molto molto più costoso sia in termini di tempo sia di denaro. E vedere per la prima volta in vita mia questi grattacieli dell'acqua passare lentamente davanti ai miei occhi, vederli salire e scendere sulla superficie dell'acqua, vedere la chiusa che si apre e li lascia passare oltre è stato più affascinante di quanto non avessi mai immaginato. Le cose nuove (e gigantesche) sono spesso affascinanti!

Non resta molto da fare: una serata a ballare con altri viaggiatori incontrati in ostello e il 10 giugno 2012 sono pronto per trascinarmi in autobus con il mio bel bagaglio da 30 kg e la Felicia impacchettata nel cartone fino all'aeroporto di Tocumen, diversi chilometri fuori dalla città.
6100km di pedalate in quattro mesi e mezzo (che poi, in realtà, sono stati tre e mezzo se si considera che un mese l'ho passato a bighellonare sulle spiagge caraibiche con gli amici di Bocas Del Toro) non sarà certo un’impresa sportiva, ma è un’avventura loca che ti rimane nel cuore e nella mente vita-natural-durante.












mercoledì 22 agosto 2012

Ultime quattro tappe attraverso Panamà


Tappa numero 56. Da David a Tolè. 110km.
Permango un giorno a David, seconda città per dimensioni dopo Panama City. L'ostello dove alloggio è gestito da una bravissima signora newyorchese che si rivela essere una miniera di informazioni. L'ostello è uno di quelli con un accoglienza veramente calorosa e familiare, ti puoi sedere in soggiorno, accendere il televisore LCD e guadare un film in DVD.
Riparto da David lungo la Carettera Panamericana in direzione Est, senza una meta precisa. Non ci sono strade alternative possibili, l'unica strada che percorre Panama in tutta la sua lunghezza è appunto la Panamericana. Strada pressoché pianeggiante e con poco traffico. Il paesaggio si snoda vicino al lato Pacifico, a tratti accarezzando il mare e altre volte passando più nell'interno; le vedute del paesaggio non sono particolarmente emozionanti, si tratta soprattutto di pianura calda e umida con qualche villaggetto sparso. Passo vicino ad alcune interessanti località balneari dove potrei anche fermarmi per fare di nuovo il bagno nel Pacifico, ma sono passate poche ore da quando ho iniziato a pedalare, sarebbe una trappa troppo breve e allora preferisco saltare questo appuntamento con l'oceano e continuare a pedalare finché ce n'è (di luce).
Ad un certo punto la luce inizia a scarseggiare ma non è a causa del tramonto. Ci sono grandi nuvoloni neri che hanno riempito tutto il cielo. Nel giro di pochi minuti vengo sorpreso da un intensa pioggia: siamo a Maggio e sta arrivando la stagione umida, è finita la pacchia di cieli sempre limpidi. Mi copro con la mantellina impermeabile, mangio un paio di banane e continuo a pedalare sotto la pioggia battente finché non raggiungo l'anonimo paesino di Tolè, un paio di chilometri su una deviazione a nord della Panamericana. Chiedo ad un paio di viandanti locali se a Tolè ci sono posti dove alloggiare e mi dicono di sì. Perfetto, ormai la giornata è a fine e continua a piovere: entro in Tolè (paese di donne e uomini lavoratori artigiani, come recita il cartello all'ingresso) e mi sistema nell'unica locanda. Rituale di stretching, doccia, cena, passeggiata e dormita. Il paesino è tranquillissimo ma anche poco attraente: qualche casa sparsa lungo le poche vie che lo compongono e qualche negozio di alimentari gestito da cinesi. Ovviamente neppure l'ombra di un turista.


Tappa numero 57. Da Tolè ad Aguadulce. 153km.
Riparto il giorno dopo sempre lungo la Panamericana, sempre in direzione Est, cioè Panama City. Anche stavolta non ho una meta precisa, decido di pedalare fin che ce n'è. Alla partenza consulto un attimo la cartina e mi faccio l'idea che se pedalo poco arrivo a Santiago, se pedalo molto arrivo fino ad Aguadulce. Per fortuna riesco a sbrigarmela bene con la logistica e monto in sella a un buon orario mattiniero. La strada è sempre abbastanza pianeggiante (spesso ci sono leggeri saliscendi, niente a che vedere con la tavola da biliardo dello Yucatan e del Belize) e il caldo -sa va sans dire- è infernale. Il paesaggio mi regala la vista di una cascata altissima che scende giù da un enorme e verdeggiante dirupo montano alcuni chilometri sulla mia sinistra (quindi a Nord). Per il resto niente di notevole; d'altronde non ti puoi aspettare grandi vedute passando lungo l'unica vera autostrada del Paese. Arrivo a Santiago che è ancora abbastanza presto, mi fermo a pranzare ad una stazione di autobus piena di gente e decido di proseguire fino ad Aguadulce.
Sul percorso incontro i soliti immancabili negozi cinesi ma anche molti Casinò e case da gioco. E mi dà abbastanza fastidio notare questa polarizzazione sociale tra gente che non ha nulla e investimenti di chissà quali e quante aziende statunitensi in attività come il Casinò, con lo scopo di far divertire i ricchi con una mano e rastrellargli via un po di soldi con l'altra. Non è un bello spettacolo, e si ripeterà a Panama City dove quartieri con grattacieli che ti sembra di essere a Manhattan convivono con altri quartieri fatti di baracche o poco più.
Mi becco una foratura quando il pomeriggio inizia ad essere inoltrato. La riparo sostituendo la camera d'aria e sudando sette camicie per gonfiarla a 6 bar. Riparto un pò in affanno per la luce che a breve inizierà ad affievolirsi. Alcuni viandanti locali a cui chiedo informazioni mi rincuorano dicendomi che  Aguadulce non è lontana. Arrivo infatti a destinazione prima del vero buio. Prendo alloggio in un albergo segnalato dalla Lonely Planet. Un vero albergo, il migliore di tutto il paese, non una baracca a conduzione familiare come mi ero abituato finora. Un pò caro (circa 16 euro a notte) ma la stanza con letto matrimoniale, il servizio, internet gratuito e tutto il resto è eccellente. C'è anche la piscina, bella, pulita, con le palme intorno, gli sdrai e birre fresche a un dollaro l'una.... OK, decido di restare due notti in questo albergo ad Aguadulce per godermi appieno la piscina. Il pomeriggio successivo, fatta eccezione per una breve escursione nel paesino, lo passo quasi interamente a rilassarmi in piscina leggendo, nuotando ed ascoltando musica. C'è un ristorante cinese a due passi dall'albergo che mi fornisce i noodles e i chow mein per la cena.


Tappa numero 58. Da Aguadulce a El Valle De Anton. 126km.
Riparto questa volta con una meta turistica ben precisa in mente. El Valle De Anton è un paesino di montagna, immerso in una giungla lussureggiante. Ci sono le solite belle attrattive dei posti di montagna: passeggiate nel verde a cavallo a piedi o in bici, sentieri che si inerpicano attraverso la vegetazione montana, osservazione di uccelli, fattorie, piscine di acqua dolce e fresca, cascate, fonti termali. E parchi attrezzati con biglietto d'ingresso a prezzo altissimo che i facoltosi turisti americani non faticano a pagare (io sì, fatico, ma poi cedo lo stesso...). Questo paesino ha però una particolarità notevole: è situato all'interno dell'antico cratere di un vulcano spento. Sì, sì, avete letto bene. Un paesino di qualche migliaia di anime, con le sue strade, edifici eccetera che si trova dentro un (enorme) cratere. Ovviamente la geografia con il passare dei milioni di anni è cambiata molto e se non lo avessi letto non me ne sarei accorto di questo non trascurabile dettaglio. Però, effettivamente il paese è circondato da montagne su ogni lato, è proprio incastonato in fondo ad un catino.
L'altitudine non è eccessiva, siamo sui mille metri, si respira un pò meno affannosamente che in pianura, ma è giusto un pò di sollievo. Per il padrone dell'ostello dove abito la notte lì fa freddo (testuali parole, ricordo perfettamente che usava la parola "frio"). Mi rifornisce di coperte per la notte, ma non servono. Per un panamense quassù alla hymalayana quota di mille metri farà anche freddo ma per me non è neppure freschino.
Il giorno dopo mi dedico a visitare le bellezze naturistiche di El Valle. Parto per una escursione a piedi attraverso i bei sentieri nel verde e sulla via del ritorno, quando sono ancora sul sentiero in mezzo alla giungla vengo sorpreso da un diluvio di quelli da circoletto rosso sul calendario. Mi riparo prima sotto una caverna, poi sotto un casottino di legno e paglia e ci resto un paio d'ore sperando che spiova, ma non serve. Il sentiero è diventato un fiume in piena. Io sono molle come dopo un tuffo in piscina, e l'unica cosa importante da fare è stare attento a non bagnare lo smartphone e la macchina fotografica. Dopo alcune ore la pioggia diminuisce leggermente (ma è sempre intensa) e trovo il modo di tornare all'ostello. I miei oggetti tecnologici sono salvi e questa è la cosa più importante, considerando che l'Uomo non è solubile all'acqua, al massimo si becca un raffreddore. E infatti sto già tremando dal freddo. Mi faccio una doccia calda calda che mi riprende e mi cambio i vestiti. Il resto della giornata, non potendo completare il mio programma escursionistico a causa della pioggia, lo passo in ostello giocando a ping-pong col figlio del padrone e chiaccherando con due turiste, una "ingegnera" civile di Berlino che aveva mollato il lavoro in quanto profondamente annoiata (mi ricorda qualcuno?) e una giovane israeliana che si stava prendendo il suo anno sabbatico dopo il famigerato periodo di naja israeliano. "Bella coppia" penso tra me e me, ma evito di fare stupide battutacce...
Guardiamo Big Fish di Tim Burton in DVD con parlato originale inglese e sottotitoli in spagnolo e andiamo a nanna.


Tappa numero 59. Da El Valle De Anton a Ciudad de Panama (Barrio Casco Viejo). 128km.
La mattina dopo mi alzo prestissimo, non è ancora l'alba. Ci metto una vita con i preparativa ma riesco comunque a montare in sella di buon ora. Saluto tutti e dirigo il timone alla volta della Ciudad de Panamà. C'è la discesa per ritornare da El Valle alla Carettera Panamericana e poi tutta pianura (o leggero saliscendi). Ma l'insidia di questa tappa non è l'altimetria, ne il chilometraggio. L'ultima tappa, forse non la più dura fisicamente, ma la più dura psicologicamente. Quando parto da El Valle il cielo è relativamente pulito ma non faccio in tempo a fare 10 km sulla Panamericana che arriva la pioggia. Incessante, intensa. E rimarrà lì l'intera giornata, a farmi compagnia. Sono attrezzato con abbigliamento impermeabile e tiro dritto finché posso. Ad un certo punto la pioggia si fa così insistente che faccio fatica a vedere la strada. Mi riparo in un casottino lungo la strada. Cerco di rilassarmi, utilizzo dei sassi e un legno come panca su cui sedermi e ascolto un pò di musica per distrarmi. Ma so che se voglio arrivare a Panama oggi stesso non posso stare troppo tempo fermo. I chilometri non sono pochi e devo anche calcolare che essendo Panama una metropoli ci vorrà del tempo per attraversare i suoi quartieri e perdersi in essi alla ricerca di un posto per la notte. Nel giro di una mezz'oretta il casottino dove sono riparato è completamente allagato. Non posso più all'asciutto neppure qui sotto. A lato della strada c'è una casetta ad un piano, con la porta aperta un uomo e due bambini che vanno e vengono. Faccio cenno al tizio chiedendo se posso aprire il cancello ed entrare a ripararmi nella sua proprietà. Lui mi accoglie con spirito samaritano. Non entro in casa ma mi riparo, mi asciugo e mi cambio in un garage dove tiene i panni a seccare. Parliamo un poco, gli racconto del mio viaggio, del fatto che questa è la mia ultima tappa e che il diluvio mi sta rendendo difficile l'arrivo a Panamà. Lui mi offre di accamparmi con la mia tenda o con una sua amaca fuori di casa sua, sotto un bel patio. E' un offerta che valuto seriamente e gli dico che avrei accettato se la pioggia non fosse diminuita entro pochi minuti. Ma guarda caso che la pioggia inizia proprio a diminuire, fin quasi a smettere. Ringrazio il mio ospite per la sua generosità e rimonto in sella. Ho voglia di arrivare a Panamà. E la pioggia, seguendo pedissequamente qualche corollario della Legge di Murphy, ritorna intensa (ma non un diluvio). Imperterrito, mi preoccupo che tutti gli oggetti tecnologici siano ben protetti e continuo a pedalare. Considerando le 2-3 ore che sono stato fermo devo tenere un bel ritmo per arrivare a Panamà prima del buio. Dopo tanta pioggia e tanto fango arrivo finalmente a vedere il "Puente de Las Americas" che attraversa il canale di Panamà e porta all'ingresso della città. Per fortuna il quartiere dove voglio alloggiare (Casco Viejo, che è quello più interessante dal punto di vista turistico) è vicino al ponte, è sul lato giusto della città per me che vengo da Ovest.
Chiedo informazioni lungo la strada e tutti (polizia, militari, passanti) mi spaventano dicendomi che per arrivare a Casco Viejo dovrò attraversare un quartiere mooolto degradato e ad alto tasso di criminalità. Come canta Manu Chao "Peligroso esta el barrio de Guatemala / Peligroso esta el barrio de Nicaragua". Peligroso esta el barrio de Panamà, aggiungo io. Sì, però non posso certo farmi spaventare da dover attraversare un quartiere pericoloso. Quale è l'alternativa? dormire sotto il ponte de Las Americas? Togliamoci subito 'sto dente e non pensiamoci più. I poliziotti sembrano più spaventati di me all'idea che io passi in bici, carico di bagagli attraverso quel quartiere. Alla terza volta di fila che mi sento dire: "Es muy peligroso" rispondo con mio spagnolo stentato, tutto bagnato, stanco, un pò incazzato: "Escuchame, io a Barrio Viejo ci devo arrivare. Dimmi da dove devo passare e cercherò di tenere gli occhi aperti e di attraversare quell'inferno velocemente". Voglio arrivare nel sicuro e bel'ostello che mi è stato raccomandato dalla ragazza Berlinese incontrata a El Valle de Anton. E alla fine ce la faccio, attraverso il girone dei criminali, pedalando bello veloce, cercando di non fermarmi ai semafori rossi e tendendo gli occhi dritti sulla strada per non incontrare lo sguardo di nessuno. Sbircio solo con la coda degli occhi la gente per tenere sotto controllo ogni movimento sospetto. Non succede niente, va tutto bene, arrivo stanco, completamente molle, ma savo all' "Luxory Hostel Magnolia Inn", il più bell'ostello che io abbia mai visto in vita mia.
Molto del mio bagaglio è bagnato, ma gli oggetti elettronici sono salvi. Ci stava proprio un intera tappa sotto l'acqua, dove provare anche questa prima di completare questo indimenticabile viaggio.
Non resta che godersi Panama City, fare un pò di turismo per 4-5 giorni e prendersi un paio di giorni per trovare un negozio di biciclette che mi aiuti ad imballare Felicia per poter prendere il volo che mi riporterà nella terra di Medici.




giovedì 24 maggio 2012

Altre undici tappe tra Nicaragua, Costa Rica e Panama`



Premessa 1: questa volta non ho scusanti. Tutto questo tempo senza aggiornare il blog non e' stato per mancanza di postazioni internet. Anzi, a Bocas Del Toro la postazione internet era quasi sempre a disposizione, e gratuita. Il motivo del lungo silenzio e' che semplicemente non avevo voglia di scrivere ma di stare sulla spiaggia. Chiedo venia, ma quando ti trovi immerso in un paradiso naturale puo' capitare anche ai migliori di non aver voglia di appiccicarsi a un computer, no?

Premessa 2: ho perso il fogliettino su cui avevo scritto i kilometraggi delle varie tappe. Quindi i dati che scrivo qui sopra sono approssimativamente ricostruiti da google map e integrati da quel che mi ricordo. In fin dei conti non mi importa un gran che sapere se in una determinata tappa ho fatto 20km in piu o in meno. Quello che mi interessa e' il kilometraggio totale, il quale e' ben custodito nella memoria del tachimetro.

Date queste due premesse passiamo dunque al riassunto.

Tappa numero 45. Da Granada a San Juan del Sur. 
Tappa pianeggiante ma molto lunga. San Juan del Sur e' un paesino sul Pacifico con una spiaggia discreta, un porto e varie splendide spiagge nei dintorni. e' il posto dove ho subito l'aggressione raccontata nel post precedente. Arrivo a San Juan del Sur abbastanza presto (verso le 4pm) e siccome e' presto decido di passare la prima notte non in paese ma in un campeggio su una spiaggia splendida 18km a sud, verso il confine col Costa Rica. I 18km si rivelano essere pero' la parte piu' dura di tutta la tappa: mi aspettavo infatti  un tratto di lungomare pianeggiante: invece la strada si snoda attraverso l'interno con saliscendi notevoli. Inoltre, a differenza di quanto mi aveva detto un tizio locale a cui avevo chiesto informazioni, la strada e' asfaltata solo per il primo tratto e poi tutto sterro. Fatto sta che impiego piu' di due ore a percorre questi ultimi chilometri e arrivo al campeggio di Playa Coco quando il sole e' gia' tramontato. Ma ne e' valsa la pena, il paesaggio e' stupendo e quasi deserto. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio rimonto in sella e torno in paese dove per 4 notti placo l'ira funesta del pedalare per immergermi nel lento trascorrere delle giornate in compagnia di surfisti, sdraie e libri da leggere.

Tappa numero 46. Da San Juan del Sur a Finca Magdalena. Isola di Ometepe.
Altra tappa piuttosto tranquilla, con traghetto annesso. L'isola di Ometepe e' il candidato del Nicaragua al concorso per l'ottava meraviglia del Mondo. Il lago di Nicaragua, dentro il quale sorge Ometepe e' (forse) il piu' grande lago di acqua dolce al mondo. L'isola, che vedete in foto, e' fatta all'incirca a forma di clessidra con due vulcani, uno per lato. Il piu' alto (Conception) e' attivo, l'altro (Maderas) e' spento e nel suo cratere si e' formata una laguna di colore verde brillante. Ometepe e' popolata da una vasta gamma di animali, vegetazione lussureggiante e popolazione accogliente e pacifica. La piu' pacifica e tranquilla di tutto il Nicaragua. Sembra che questa rinomata caratteristica degli abitanti di Ometepe sia dovuto al fatto che -vivendo su un isola- sono sempre stati al riparo di tutte le guerre, guerriglie e rivoluzioni che hanno fatto la storia del Paese. Insomma qui a Ometepe, di scontri tra Sandinisti e truppe filoamericane non ce ne sono stati e la gente e' cresciuta al riparo dalla violenza. Beate isole. Mi fermo 4 notti, salgo sul vulcano Maderas immerso nella vegetazione tropicale con uccelli coloratissimi e scimmie urlatrici al tramonto. Faccio un 120km in bici per fare il giro di mezza isola attraverso strade sterrate che attraversano piccoli villaggi sperduti; passo una giornata appisolandomi su una amaca in compania di altri turisiti al bordo di una fresca piscina naturale. L'isola e' piena di Fincas (fattorie) che coltivano caffe', banane, cacao e molto altro ancora. Tanti dei prodotti che si mangia qui sono prodotti in loco. Ometepe continua ad attrarre visitatori da tutto il mondo ma lo sviluppo turistico non ha ancora rovinato la natura e la gente dell'isola. Chissa' per quanto tempo ancora, speriamo molto...

Trasferimento in traghetto: Da Ometepe a San Carlos (confine col Costa Rica). 
Due volte alla settimana arriva nel porto di Ometepe un traghetto da Granada (a Nord) che prosegue fino a San Carlos (a Sud). Da Ometepe a San Carlos sono 11 ore. Si parte alle 6pm e si arriva alle 5am. Questo per rendervi l'idea di quando sia grane il Lago di Nicaragua. Sul traghetto oltre a me ci sono altri due cicloturisti. Un tedesco ed un madrilegno. Lo spagnolo e' un altro di questi pazzi furiosi che sta facendo la (ormai classicissima) Alaska-Terra del Fuoco. Parliam un po, ceniamo e dormiamo. Freschi come rose sbarchiamo a San Carlos all'alba. Loro due proseguono subito verso il Costa Rica, io decido di concedermi un paio di giorni per esplorare la zona.

Escursione in barca da San Carlos a El Castillo e visita del Castillo del La Conception.
Sceso dal traghetto, faccio colazione in un comedor del porto e, in compagnia di un giovane turista tedesco (appena laureatosi in fisica dello stato solido), rimonto subito su un altra barca per percorre 3 ore sul Rio san Juan fino al paesino El Castillo, in direzione Est. Il Rio San Juan segna il confine tra Nicaragua e Costa Rica: nasce a San Carlos, sul lato Sud del Lago di Nicaragua e si dirige pigro e maestoso verso il Mar Dei Caraibi. La gita sul Rio San Juan e' un bella occasione per ammirare le specie aviarie della zona (una varieta' inpressionante), ma anche scimmie e tartarughe d'aqua dolce. Il Rio inoltre, se potesse parlare, avrebbe da narrare delle infinite e durissime battaglie che nel corso dei secoli si tennero tra gli spagnoli che avevano conquistato il Nicaragua e i pirati del Caribe sponsorizzati dall'Impero Bitannico i quali, partendo dal mare, utilizzavano il Rio per risalire il Lago di Nicaragua in direzione Nord Ovest e tentare di cosi' di mettere sotto scacco la ricca, potente e strategicamente nevralgica citta' di Granada, principale insediamento spagnolo in Nicaragua. E' appunto per contenere e contrastare l'avanzata dei pirati attraverso il fiume che gli spagnoli costruirono in questo paesino, accessibile solo via fiume, El Castillo, una fortezza arroccata su una collina su un lato del fiume. La vista dalle torri della fortezza con il grande fiume, la vegetazione e il paese e' davvero ammaliante. Passiamo una notte nel paesino del Castillo, ci "facciamo" di noci di cocco insieme ai ragazzi locali, e il giorno dopo ritorniamo indietro verso San Carlos per poi passare il confine verso il Costa Rica.

Tappa numero 47: da San Carlos a Santa Rosa di Costa Rica.
Questi sono i giorni delle barche... Indovinate quale e' l'unico modo per attraversare il confine! Niente strade, devi -di nuovo, come dal Belize al Guatemala- fatti timbrare il passaporto all'immigrazione, montare su una barca, (pagare il barcaiolo), fare 2 ore attraverso il fiume Rio Frio (di nuovo scimmie, uccelli, tartarughe), arrivare al primo paesino oltre confine (Los Chiles di Costa Rica), scendere di barca e fare le solite procedure burocratiche.
Racconto tutto questo perche' il "tramenio" delle barche e' -per ora- l'unica cosa del viaggio che mi ha fatto un po' storcere il naso. Ho preso tante barche per attraversare fiumi, mari, laghi. E le barche si sposano male col cicloturismo: aspetta la barca, fai il biglietto per l'uomo e quello per la bici, smonta i bagagli dalla bici, metti bici e bagagli (6 pezzi distinti, non uno o due) sulla barca, scendi il tutto dalla barca, rimonta il tutto... Va via un sacco di tempo e di energie.
Infatti inizio a pedalare in Costa Rica che sono piu' delle 2 e 30. Tappa pianeggiante di 50km.
Il Costa Rica e' ormai diventato un paese molto caro. Decido di fare piu' campeggio del solito per tenere giu' i costi del dormire. Proprio come un vero cicloturista esteremo, ehehe. Un oretta e mezzo prima del tramonto inizio ad aguzzare la vista in cerca di un posto dove poter mangiare e accamparmi. Trovo questo ristorante/bar nel paesino di Santa Rosa. Il bar/ristorante ha anche dei bungalow ma, come sospettato, sono carissimi. Gli domando se, cenando da loro, posso poi accamparmi nel giardino con la mia tenda. Il proprietario, molto cordiale, accetta e mi lascia anche utilizzare la doccia di uno dei bungalow. Davvero grazie. Piazzo la tenda prima di buio, faccio la doccia, vado al supermercato li' vicino a comprare un poco di cibo e torno al ristorante per la cena. Tutto sommato una buona soluzione: ho quasi tutti i comfort. Sempre nel ristorante faccio amicizia con un gruppo di quattro amici, giovani studenti universitari. Beviamo qualche birra, chiaccheriamo, studiamo la mia mappa del centroamerica e mi danno suggerimenti su come proseguire il viaggio. Persone simpaticissime e calorose. Uno di loro mi dice che abita ad Hereida, una citta' abbastanza sviluppata e moderna, sugli altipiani centrali, vicino alla capitale. Mi lascia il suo numero di telefono cellulare promettendomi ospitalita' in casa sua quando sarei arrivato a Hereida: perfetto! Andiamo a dormire, e il giorno dopo si riparte.

Tappa numero 48. Da Santa Rosa a Zarcero. Circa 80km.
Tappone non lunghissimo ma impegnativo. Tanta salita, tanta montagna. Ma la fatica, al solito, e' ripagata da paesaggi magnifici. La montagna non tradisce mai! Colline verdissime, paesini belli e curati, pascoli di mucche come sulle Alpi, abeti, pini, ruscelli, piantagioni e fattorie. Marce corte e fatica che si accumula nelle gambe di ora in ora ma che viene compensata dall'abbassarsi via via della temperatura: da infernale, a sopportabile a fresco. Sono gli altipiani centrali del Costa Rica. Da quota zero a quota 1800. Per dormire adotto la stessa tattica del giorno prima. Ristorante con un spazioso e pianeggiante prato sul retro, erba soffice e pini. Ben lontano dalla strada. Bicicletta custodita nel garage del ristorante. Al solito la signora del risorante non mi fa nessun problema sul piazzare la tenda. Anche se questa volta non mi posso fare la doccia, ma non e' un problema: fa davvero freschino e - anche se non ne avrei bisogno perche' il mio sacco a pelo e' sufficientemente caldo - la padrona del risotarante insiste nel prestarmi una calda coperta per la notte. Grazie di nuovo. Oltre al fresco, dopo il tramonto inizia a tirare anche un gran vento ma dormo bene e la tenda resiste benissimo. La mattina dopo colazione dalla signora e di nuovo in sella.

Tappa numero 49. Da Zarcero a Hereida. 
Tappa abbastanza facile, principalmente discesa e chilometraggio basso.
Heredia e' una delle principali citta' del Costa Rica. Insieme alla capitale San Jose, Cartago e Alajuela costituiscono la zona piu'sviluppata e produttiva di tutto il paese. Hereida e' sede di una importante universita' e nella zona sono presenti diverse multinazionali dell'informatica e della elettronica che -piu' o meno direttamente- danno lavoro (e speranza) a un bel po' di giovani Ticos (Ticos = Costarichense). Eh si, quando si dice "paese in via di sviluppo" si intende proprio questo. Le multinazionali sono contente perche' hanno manodopera giovane ed entusiasta a basso costo. Inoltre, grazie incentivi governativi, pagano poche tasse. I lavoratori pure sono contenti. A Hereida contatto Jose' il ragazzo che avevo incontrato due giorni prima a Santa Rosa e che mi aveva promesso ospitalita'. Lo incontro al tramonto, quando sta uscendo dal lavoro: e' un giovane laureando in ingegneria elettronica (!!) ed ha iniziato a lavorare per un azienda elettromedicale da circa tre mesi. Abita in una casa in affitto insieme ad altri 4 compagni. La casa e' un po trasandata. Beh, considerando che le case degli studenti sono trasandate anche nel nostro primo mondo vi lascio immaginare in che stato siano quelle dei paesi in via di sviluppo! Due degli inquilini sono fuori citta' quindi a me, invece del divano, tocca dormire su un letto vero! Che sculo!! Isieme a Jose e ad un altro inquilino facciamo la spesa per la cena e la colazione. Si chiacchera un po' prima di coricarsi. La mattina dopo riparto promettendo agli amici di ricambiare l'ospitalita' il giorno in cui decidessero di fare una visita nella nostra Toscana.

Tappa numero 50. Da Hereida a Tucurrique (nel pressi del lago di Cachi') 
Mi sto dirigendo verso la costa del Caribe. Decido pero' di evitare la strada piu' veloce (non ho nessuno che mi corre dietro) ma fare un percorso piu' panoramico passando intorno al lago di Cachi' su suggerimento dei ragazzi e della guida turistica. La tappa e' lunga ed il percorso e' collinare con alcuni discreti tratti di salita. In Costa Rica ha preso piede una catena di panifici, della quale non ricordo il nome, ma che si trova un po' ovunque. Preparano cibarie dolci e salate piuttosto deliziose e ne approfitto per fare un pranzo che non sia il solito pasto centroamericano fatto di riso-fagioli-uova-banane fritte che mi ha perseguitato per quasi tutto il viaggio. Non che il "rice and beans" sia cattivo ma ogni tanto e' anche bello variare. Il paesaggio intorno al lago e', al solito, bellissimo, con piantagioni di caffe' a piu' non posso. Ancora una volta, arrivato nel tardo pomeriggio nel paesino di Tucurrique, adotto la tattica "ristorante + accampamento". Questa volta l'accampamento non e' nella proprieta' del ristorante ma in una fattoria semi-abbandonata. Prima di accamparmi parlo comunque col custode della fattoria per assicurarmi che il posto sia sicuro e che lui sia daccordo. Di nuovo, bici e bagagli al sicuro nel garage del ristorante, erba soffice e tenda ben lontana dalla strada. Siamo in collina, quindi non ho neppure l'effetto serra dentro la tenda. La temperatura interna e' piu' che accettabile e, dopo un bistecchina con patatine e yucca fritta, di dorme benone.

Tappa numero 51. Da Tucurrique a Puerto Limon (Mar dei Caraibi).
Parto presto dubitando pero' di riuscire ad arrivare fino al mare. Infatti il kilometraggio da qui a Puerto Limon e' alto (150km circa) ed i primi 15km sono di strerrato. Lo sterrato si rivela pero' pianeggiante e gentile (piu' strada bianca che sentiero di mntagna) e si snoda attraverso coltivazioni di canna da zucchero e trattori che fanno la spola tra le fattorie e la raffineria. Finito lo sterrato c'e' un po di saliscendi (piu' scendi che sali, stiamo andando verso il mare) fino alla citta' di Siquirres. Paesaggio (indovinate??) bellissimo e poco trafficato. E' una zona molto famosa per il rafting. Arrivato a Siquirres attraverso questa strada secondaria non ho altra scelta che immettermi sulla strada principale che arriva dalla capitale San Jose' e va verso il principale porto bananiero del Costa Rica: Puerto Limon, probabilmente uno dei porti al mondo da dove partono piu' banane al giorno. Non lontano da qui c'e' un paesino che si chiama Ciquita... vi dice niente questo nome? Sulla dritta strada che collega San Jose a Puerto Limon cambia tutto: costante leggera discesa che mi aiuta a tenere una velocita' media molto elevata. Tanti, troppi orribili TIR di banane. Me li sento arrivare da dietro, sbuffando come mostri preistorici. Alcuni, molti mi suonano (beh non e' la prima volta...) non tanto per mandarmi a quel paese quanto per segnalarmi la loro presenza. Alcuni di questi TIR hanno due rimorchi: ogni rimorchio ha due ruote (doppie) davanti e due ruote (dopppie) dietro, per ciascun lato. Fanno 8 ruote per lato per rimorchio. Due rimorchi, due lati = 2*2*8 = 32 ruote. Piu' le due ruote della motrice fanno 34 ruote in totale. Immagino che ciascuna di queste ruote pesi quanto Felicia e tutto il mio bagaglio messi insieme. La strada non e' strettissima ma neppure larga. Devo strare moooolto sulla destra e niente MP3 in cuffia. Poi attraverso una zona dove la strada e' anche piena di polvere. Si fa forte e dritto in mezzo alla vegetazione tropicale ma questa volta non e' un esperienza affatto divertente.
Accade anche di peggio: ad un certo punto, alcune decine di chilometri prima di Puerto Limon, vedo uscire di corsa dalla vegetazione a lato della strada due giovani tizi mascherati da passamontagna. Puntano rapidissimi e minacciosi verso di me mentre sto passando. Non ricordo se sono armati o no, forse non ho fatto in tempo a vedere. Quello che ricordo e' che i due tizi erano proprio minacciosi. La memoria di quanto successo in Nicaragua e' ancora troppo fresca. Ma questa volta le condizioni sono differenti: non sto andando a 5 km/h su una strada sterrata ma a circa 30 km/h su un buon asfalto in leggera discesa. Non sono in sella ad una bici vuota di bagagli ma ho tutto tutto tutto con me. 
Quando si verificano questi eventi, intesi e brevissimi, l'adrenalina agisce in modo istantaneo sul sistema nervoso. Reagisci istintivamente, fai qualcosa, quello che la parte piu' profonda e incosapevole del tuo cervello ti dice di fare, e pochi secondi dopo, quando tutto e' finito, non sai neppure come hai fatto a farlo e perche'. Non ti sei neppure reso conto di aver preso, nel tempo di un battito di ciglia, una decisione importantissima che poi -tra l'altro- si e' rivelata essere quella giusta. Magico potere dell'istinto di sopravvivenza. Qualcosa che supera e scavalca la nostra stessa consapevolezza: sposto la traiettoria della bici leggermente verso il centro della carreggiata per allontanarmi dai due tizi che arrivano correndo dal lato della strada. Al contempo mi alzo sui pedali e inizio a spingere a piu' non posso. In brevissimo tempo i due sono seminati, do' una fugace occhiata al tachimetro che segna 40km/h. Continuo a pedalare a piu' non posso, senza voltarmi, guardo dritto davanti a me. Ho il fiatone ma non decelero. Dopo un mezzo chilometro mi guardo indietro, dei due tizi neppure l'ombra. E' passata, e' finita, inizio a rallentare ma continuo a tenere un ritmo molto elevato. Mi passa per la testa di fermarmi non appena vedo qualche poliziotto per raccontagli l'accaduto, ma di poliziotti non se ne vedono. Arrivo a Puerto Limon con discerto anticipo sul tramonto: squallido e pericolosa citta' portuale. Mi piazzo in un albergo descirtto dalla Lonely Planet come "sicuro". 
Per la seconda volta ho scampato un grosso pericolo. Se quei tizi avvessero voluto fermarmi avrebbero dovuto darmi una spinta per buttarmi in terra. Viaggiando a 30 km/h non gli sarebbe bastato mettersi davanti a me, gli avrei inevitabilmente travolti. Oppure avrebbero dovuto mettermi un bel bastone in mezzo alle ruote. E quando cadi a 30km/h ti puoi fare anche molto male. 
Ancora una volta e' andata bene. Ma mi sono rotto le palle di questa violenza centramericana. Adessi ogni volta che vedo passeggiare quacuno con un macete (e qui tutti hanno un macete...) mi piglia male. Nel 99,9% dei casi e' gente brava. Ma basta quello 0.1% a rovinare tutto.

Tappa numero 52. Da Puerto Limon a Cahuita (vicino al confine con Panama')
Riparto di corsa dalla pessima Puerto Limon verso sud. Verso le belle spiaggi caraibiche.
Posso scegliere se fermarmi nel tranquillo e sonnolento paesino di Cahuita o a Puerto Viejo piu' nottambulo e festaiolo ma anche maggiormente a rischio criminalita'. Entrambi i paesi godono di un ottimo mare. Ovviamente, cosiderando la tappa prececedente, scelgo Cahuita e ci sto un paio di notti, per godermi il mare. Il percorso e' breve e pianeggiante. Lungo la strada mi fermo ad un barrettino, prendo una bevuta e chiedo al barista se c'e' rischio di assalti lungo quella strada. Mi dice di no, e sembra sicuro di se'.
L'ostello dove alloggio e' di proprieta' di un romano che pero' non e' contento della sua vita nel paradiso del Caribe: "qui sono tutti dei trogloditi sottosviluppati, non gli interessa lavorare o progredire, voglio vivere in una citta' moderna, non ce la faccio piu' a stare in questo lurido buco, ma che ci faccio qui, torno in Europa". E via di questo passo. Ho incontrato diversi occidentali che hanno attivita' turistiche in questi paesi. La meta' di loro sono contenti della loro nuova vita e gli affari gli vanno bene. L'altra meta' sono insoddisfatti (o della vita o degli affari), magari ci hanno rimesso un bel po' di soldi, magari sono stati traditi da una bella donna locale e sognano di sganciarsi da quel triste mondo di sottosviluppati e tornare nei paesi "civili". Mah, che dire: forse a volte la gente fa il passo piu' lungo della gamba.

Tappa numero 53. Da Cahuita a Bocas Del Toro.
Tappa apparentemente facile ma che si rivela piu' impegnativa del previsto. Fino al confine il percorso e' pianeggiante ma poi iniziano dei saliscendi notevoli. Ancora una volta sono stato ingannato dal fatto di essere lungo il mare, credendo quindi di trovare tutta pianura. Invece la strada si snoda leggermente nell'interno con delle brevi ma intense salite. Altra barca per arrivare nell'arcipelago di Bocas Del Toro dove incontro gli amici Andres from Florence (e compagna from Quebec), Oeystein (2 metri per 100 e rotti chili di Norvegese), Riccardo from Padova (e moglie from Equador). Un bell'assortimento. Piu' vari altri amici e viaggiatori piu' o meno stabili, piu' o meno nomadi. Qui mi fermo per 3 settimane. L'arcipelago ha una vegetazione lussureggante sia sopra la terra, che sotto il mare (mai visto in vita mia dei coralli cosi' belli, colorati, variegati). E' davvero un paradiso in terra: che pian piano verra' rovinato da un turismo che sta crescendo a vista d'occhio. Dagli investimenti degli americani che si stanno comprando pezzi di paradiso a forza di milioni di dollari e stanno imponendo la loro mentalita' a gente che fino a poco fa viveva di pesca e poco piu'. Nel frattempo tutti i negozi sono in mano ai cinesi, proprio come in Belize. Si mangia tanta roba in scatola, importata da tutto il mondo, e poca roba presa direttamente dalla natura. In un posto del genere, dove la natura e' rigogliosa e ricca, mi sembra davvero un controsenso. Ma, qui, gli unici che ancora vivono secondo i ritmi della natura sono gli indios. I quali lavorano per un tozzo di pane per il padrone americano o cinese che ha investito in qualche attivita' turistica o ha aperto un negozio (rispettivamente). Gli indios fanno i lavori piu' umili e piu' duri sperando di acculumare abbastanza soldi per continuare a mandare i loro figli a scuola, o tornare nel loro villaggio a completare la costruzione del tetto della loro casa o comprare un tank per contenere l'acqua perche' non ne possono piu' di sopravvivere raccogliendo l'acqua piovana con misere bacinelle. E gli indios tengono duro grazie alla loro incrollabile fede in Cristo, nella religione Cristiana, spesso secondo qualche confessione minore e settaria. Qui e' pieno di Chiesa Evangelica, Chiesa Del Redentore, Chiesa Pantacostale, Chiesa Metodista, Chiesa dei Testimoni di Geova etc. etc. Non e' roba per la quale provo grande simpatia ma la fede a qualcosa serve. Da' un senso alla vita, ed e' molto meglio della birra o del crack. Sostanze delle quali invece sembrano fare abbastanza uso i neri caraibili. I quali passano la loro esistenza bighellonando, imbriacandosi, cercando di lavorare il meno possibile. Poi ci sono gli ispanici che sono ormai risucchiati dallo stile di vita esportatogli dagli ammerikani. Poi ci sono gli ammerikani stessi pieni di soldi che fanno il giro del mondo con le loro belle barche. Poi ci sono (pochi) alcuni lupi di mare: abbiamo incontrato un signore americano piuttosto anziano che viaggia su un veliero che si e' costruito da solo e dal quale ormai sono decenni che non si separa. Un vero hippie di mare. Tanto di cappello. Poi ci sono i turisti, piu' o meno facoltosi, piu' o meno di passaggio, piu' o meno vogliosi di fare del volontariato presso qualche struttura turistica per avere vitto e alloggio gratuito o piu' o meno vogliosi di spendere 40 dollari per andare una giornata a fare snorkeling e a visitare un villaggio di indios con la guida indigena che ti porta nella giungla spiegandoti come si usa(va)no le varie piante per fare tessuti, inchiostro e medicinali. Insomma un bel mix di gente. Che forse pero' tende (come spesso accade) a mescolarsi quanto l'olio con l'acqua. 
Insomma, facciamo vita da spiaggia e anche abbastanza mattutina qui a Bocas. Pero' abbiamo conosciuto tanta gente, fatta amicizie e incontrato alcuni personaggi davvero notevoli. Ma dove 3 settimane di "vacazione" il silenzioso grido di sella e pedali torna a farsi sentire. E' l'ora di ripartire. L'ultima mia cena a Bocas del Toro e' un piatto tipico del Quebec a base di patate fritte e formaggio fuso.

Tappa numero 54. Da Bocas Del Toro a Ciriqui Grande. 80km circa.
Tappa interamente pianeggiante e breve, anche perche' tra salutare gli amici, aspettare la barca e prendere la barca, va a finire che inizio a pedalare molto tardi. Ciriqui Grande e' uno squallido paesino con un porto commerciale e delle raffinerie in riva al mare. Evito di dormire in "centro" e mi piazzo in una discreta pensioncina a conduzione familiare appena all'ingresso del paese. Dopo 3 settimane passate in compagnie di gente ed amici mi ritrovo di nuovo da solo. Ormai ci sono abituato, ma un po' di nostalgia e solitudine inizia a farsi sentire. Ma va bene cosi', fa parte del gioco. Sono a corto di contante, e l'unica banca di Ciriqui Grande non vuole darmi il denaro ne' con la VISA ne' con la Mastercard. La mattina dopo vado allo sportello e sento se mi cambiano 50 euro in dollari. Dice di no, una banca commerciale lo farebbe ma quella e' la banca di stato e non cambia valuta. Ma che vadino a quel paese! Una banca deve fare 3 cose: fornire prestiti, prendere depositi e cambiare moneta estera. E questi non lo fanno. Riparto da Ciriqui Grande con poco cibo, 3 dollari in tasca, la prospettiva di dover bere acqua di cannella per risparmiare i 3 dollari (acqua che comunque e' potabile) ed una salita micidiale prima del prossimo bancomat.

Tappa numero 55. Da Ciriqui Grande a David. 120km circa.
Affronto la durissima salita attraverso il Parco Nazionale La Fortuna. La strada collega il lato caraibico di Panama con quello Pacifico. Si arriva a quota 1500 con tratti molto ripidi. Nella prima parte il caldo e' devastante, salendo migliora. Mi informo su quale sia il paesino piu' vicino con un bancomat e prendo quello come meta finale della tappa. Arrivo nel paesino a salita terminata, e.... il bancomat e' rotto, "scusate il disturbo, stiamo lavorando per ripristinare il servizio". Ho comprato un po di biscotti lungo il percorso e mi e' rimasto un dollaro. E 150 euro che nessuno mi cambia... Non ho altra soluzione che continuare verso David la seconda citta' del Paese, dove i bancomat dovrebbero abbondare. Per fortuna e' tutta pianura e discesa. 
Arrivo a David, dopo 8 ore e 6 minuti in sella. Record personale! E trovo un bancomat che mi fornisce la bellezza di 300 dollari. Evviva. Tappa lunghissima, dura, calda e con un po' di ansia, ma alla fine ho la mia doccia, il mio pasto caldo e il mio letto. E' da qui che sto scrivendo. Mancano 440km a Panama City dove prendero' un volo per tornare in Italia. Diciamo 4 tappe ancora.

Altri due post, uno sulle tappe mancanti e uno riassuntivo su "il meglio e il peggio di questo viaggio" e poi questo blog, insieme a  questa avventura ciclistica andra' in pensione, verra' messo nel museo delle esperienze importanti.

Aventura loca sigue pedalando. Ancora per poco.

E' da quattro ore che sono incollato a questo PC. Mi voglio schiodare da qui e quindi pubblico senza rileggere.
Per ogni errore di battitura che trovate vincete 10 centesimi di euro, 30 centesimi per ogni errore sintattico-grammaticale.























mercoledì 25 aprile 2012

Tales of the Ciclonomads, Chapter 3. De Violentia Criminale Centroamericana: ascoltata, percepita, vissuta in prima persona


Mi trovavo nella hermosa cittadina Nicaraguense di San Juan Del Sur, sulle surfistiche spiagge del Pacifico. Era tutto fantastico. Cittadina turistica ma tranquilla e non rovinata. Periodo immediatamente dopo le vancanze pasquali, e quindi prezzi delle camere basse e calma piatta. Infatti in tutto il Centro America il periodo Pasquale (causa anche un ottimo clima) equivale al nostro Natale e Ferragosto messi insieme. Avevo trovato una posada a conduzione familiare dove per 5 euro a notte avevo a disposizione (oltre alla camera matrimoniale) un salotto con divani e megatelevisore, un terrazza areata, e una cucina dove cuocermi i miei spaghetti con gamberoni freschi, prezzemolo e  pomodoro. Terrazza, cucina e salotto sarebbero stati in realta' condivisi con gli altri ospiti del piano, ma e' andata che 4 giorni su 5 sono stato l'unico ospite su quel piano dell'albergo e quindi.... e quindi era come essere a casa. Anzi meglio.
La prima mattina mi propongo di andare a passare la giornata in una spiaggia 10km fuori citta'. La guida la descrive come molto bella, i locali pure. Mi appresto a portare la bici fuori dalla casa e faccio presente i mei propositi alla signora la quale mi avverte> "Fai molta attenzione perche' c'e' il pericolo di assalti armati. Ci sono banditi che assaltano pedoni e ciclisti che passano per quelle strade sterrate. Escono fuori dalla macchia, ti corrono addosso col macete in mano, ti prendono tutto quello che hai e spariscono di nuovo nella macchia. E' molto pericoloso, fai molta attenzione e soprattutto non portare niente di valore con te."

In genere presto molta attenzione agli avvertimenti e suggerimenti della gente del posto. Li considero molto piu' attuali e attendibili di quelli che trovo scritti sulla Lonely Planet stampata nel 2007. Lonely Plant che era nata come guida turistica per spiriti avventurosi ma che ultimamente e' diventata piu' allarmistica del sito del ministero dell'estero "viaggiare sicuri". Secondo il quale sito se esci fuori dai paesi occidentali vieni automaticamente sgozzato vivo...
Chiedo alla signora> "E la bicicletta? Tenterebbero di rubarmi anche quella?"
"No la bicicletta non gli interessa. Avrebbero molte difficolta' a riverderla, quella gente e' in cerca di macchine fotogratiche, smartphone, contanti e roba di valore facilmente rivendibile. La bici non corre rischi. Ma non portarti niente di valore".

Ok, drizzo le orecchie e parto ben memore dell'avvertimento ricevuto.
Arrivo al ponte che porta fuori del paese dove inizia la strada sterrata verso la spiaggia.
(Esiste anche una spiaggia in paese che e' OK, ma non bellissima come quella dove mi sto dirigendo).
Al ponte c'e' un poliziotto. Gli chiedo> "all'albergo mi hanno detto che ci sono rischi di assalti armati su quella strada, Lei che mi dice?".
"Beh, di notte si", mi fa lui, "ma di giorno in genere e' sicura".
Proseguo.
Beh, che dire... verso meta' strada la profezia della signora dell'albergo si avvera.
In sella a Felicia sto andando pianissimo, strada sterrata in cattive condizioni, quando all'improvviso vedo uscire dalla macchia due giovani tizi mascherati con passamontagna. Il primo di loro ha passamontagna di cotone rosa e un macete tenuto in alto con la mano destra.
Faccio appena in tempo a realizzare cio' che sta succedendo e lui mi e' gia' accanto.
Ho sulle spalle uno zainetto comprato in Guatemala per 3 euro, made in China, gia' sfasciatissimo, contenente un asciugamano un costume da bagno, due spiccioli e un po di frutta secca.
Vedendolo arrivarmi addosso con il macete mi sono competamente fermato. Non c'e' scelta, se non sei motorizzato, su una strada del genere non puoi scappare a uno che ti viene addosso con un macete. Forse il campione del mondo di mountain bike ci sarebbe riuscito ad accelerare e fuggire, ma non vale certo la pena correre il rischio.
Lui, minacchandomi, mi fa> "Dammi lo zainetto". E inizia a strattonarmelo per togliermelo di dosso.
"Prendilo prendilo" gli faccio io, "pendi tutto".
Lo prende e mentre scappa di nuovo verso la macchia arriva una macchina, un pick-up con a bordo una coppia nicaraguense. Tutta la scena dura, ovviamente, pochi secondi e il pick-up fa in tempo ad assistere alla parte finale.
Ormai i due giovani banditi sono nella macchia col mio inutile zainetto. Il guidatore si, ferma, lancia un paio di offese e minacce ai banditi e mi fa salire -in fretta- con la bici sul retro del suo mezzo.
Gentilmente mi chiedo come sto, tutto bene, e mi porta dalla polizia del paese.
Sto 15 minuti a raccontare l'accaduto al poliziotto, sanno di queste rapine, hanno idea di chi si tratti, sono sulle loro tracce, manderanno qualcuno a controllare, bla bla bla. E' da una vita che i paesi centroamericani sono afflitti da questa forma di microcriminalita' e il risultato e' che -evito di investigarne i motivi- la polizia e' impotente.
Mi chiede se vogli fare una denuncia ufficiale e mi presenta un modulo da compilare di un paio di pagine abbondanti.Che bella la burocrazia!
Gentilmente gli dico che non me ne frega nulla di denunciare il furto di costume da bagno, frutta secca e asciugamano. Mi frega di andare in spiaggia e basta. Gli dico che il problema e' degli abitanti di San Juan Del Sur, che basano la loro economia anche e soprattutto sul turismo. Gli dico che il problema, per come sono andate le cose, e' loro dei Nicaraguensi e non mio.
Torno alla guest house. Raccanto l'accaduto alla signora la quale immediatamente fa una telefonata alla polizia dicendo pressappco> "E' l'ennesimo cliente che questi banditi mi rapinano. Io non ne posso piu'. Volete intervenire? Volete fare qualcosa?".

Il giorno dopo torno alla solita spiaggia. A bordo di un pick-up attrezzato con delle panche sul piano posterire. Insieme ad altre 6-7 persone, con gente locale e passando per quella stess strada a 30-40 km/h. Pagando 5 dollari per essere portarto e ripreso prima del tramonto. Ovviamente va tutto bene.
Il giorno dopo, altro pick-up in gruppo, altra spiaggia fuori del paese, altra strada sterrata altri 5 dollari per farsi portare e riprendere.
Cosi' va il mondo.
Che belle spiagge ci sono sul Pacifico, in Nicaragua, a San Juan Del Sur...

Gia' ero stato avvertito dai locali di assalti di questo genere per esempio cammiando lungo i sentieri del (bellissimo) Lago Atitlan, in Guatemala. E infatti le escurisione che ho fatto su quei sentieri le ho fatte senza portarmi niente di valore addosso. E niente foto dei bellissimi paesaggi che ho visto ad Atitlan.
Dove non mi e' successo assolutamente niente, ma e' questione di statistica.

Ecco, questa e' la prima vera disavventura (a lieto fine) durante questa aventura loca.

Adesso mi trovo a Hereida sulle montagne centrali del Costa Rica, non lontano dalla capitale.
5mila chilometri esatti. Altri 300km circa e sono arrivo alla meta finale>
Bocas Del Toro, Panama. Poco a sud della frontiera col Costa Rica.

(dis)avventura loca sigue pedalando.









lunedì 9 aprile 2012

Altre dieci tappe tra Honduras e Nicaragua


Riprendiamo il diario di viaggio. Eravamo rimasti nella citta' di Santa Barbara, in Honduras.

Tappa numero 35: da Santa Barbara a Peña Blanca, 85km
A Santa Barbara sto una sola notte. La citta' non e' affatto brutta ma neppure niente di imperdibili. La cosa migliore e' la natura nei dintorni di Santa Barbara.  Quindi via di corsa dalla citta' verso il paesino di Peña Blanca sulle sponde del lago di Yojoa, il piu grande di tutto l'Honduras.
Di questa tappa non ricordo particolari difficolta' altimetriche ma ricordo il caldo infernale. L'acqua nelle borracce si scaldava ad un velocita' impressionante. La soluzione al problema e' stata semplicemente comprare poca acqua e fermarsi spesso a comprarla per averla sempre fresca...
 Un discorso apparte merita invece il lago di Yojoa. Sapevo essere una delle principali attrazioni dell'Honduras e non ha deluso. Il lago di per se' non e' l'attrazione ma e' interessante tutto quello che c'e' intorno. Ci sono fattorie organiche dedite principalmente alla produzione di caffe' (ma non solo), due parchi naturali, grotte, cascate da esplorare, acque termali, uccelli da ammirare, possibilita' di camminate di media difficolta' sui monti intorno al lago, eccetera eccetera. Il paesaggio e' molto bello anche se non incredibile come al lago di Antigua in Guatemala.
Mi fermo 3 notti, visito le fattorie e faccio un po' di passeggiate tra la natura. C'e' una cascata imponente con ingresso a pagamento dove e' possibile, camminando sotto la cascata arrivare fino ad una grotta che si trova dietro la cascata stessa! Come in un film di Indiana Jones. Per raggingere la grotta ed ammirare la cascata da dietro e' obbligatorio farlo con una guida. Ed in effetti trovare il percorso da soli sarebbe stato impossibile, senza contare il rischio di essere trascinati via dalla corrente. Si, si, e' valso la pena pagare una guida (in gruppo) per poter accedere alla grotta. Bellissimo.
Tra l'altro noto che il paesino di Peña Blanca e' considerato il piu´ adatto per far base sul lago di Yojoa. Ma a Peña Blanca e in tutto il lago il turismo e' pochissimo sviluppato. Non come nel gia' citato bellissimo lago di Antigua in Guatemala. Ad Yojoa il turismo e' ad 1/10 della sua potenzialita', ed in futuro non potra' che crescere. Se qualcuno di voi ha dei soldi da investire, ha voglia di fare l' "expat" e ama la natura... beh, io la dritta gliel'ho data!

Tappa numero 36: da Peña Blanca a Comayagua, 110km
Anche questa e' una tappa prevalentemente pianeggiante. Parto pero' tardi da e faccio gli ultimi chilometri per arrivare a Comayagua quando e' ormai crepuscolo. Quando succede di arrivare a buio (non e' capitato spesso ma e' capitato) mi innervosisco sempre un po'. Ho luci e caratifrangenti per essere ben visibile. Ma non ho i fari di una macchina e io non vedo molto bene. Considerando quante buche e trappole ci sono su queste strade capite bene il mio innervormi. La segnaletica stradale (se cosi' vogliamo chiamarla) e' poi straordinaria in tutto il centro america. Rarissimamente ci sono cartelli. Ancora meno ci sono indicate le distanze. A volte ho trovato il cartello con l'indicazione DOPO la svolta!! Non prima della svolta. Non sulla svolta! Dopo! Ma a che cacchio mi serve, se lo metti dopo? Come conferma? Ma che cervello ci vuole per mettere un cartello dopo la svolta? Il costo e' lo stesso!!! Ciliegina sulla torta, durante questa tappa ho trovato un cartello che indicava la distanza per Comayagua. Benissimo. Peccato che il numero di chilometri indicati era completamente sballato (piu' piccolo...). Infatti il cartello successivo, dicendo il vero, segnava addirittura una distanza superiore al precedente. Fantastico! Come se avessi pedalato all'indietro.
Comayagua e' l'antica capitale dell'Honduras, prima che la spostassero a Tegucigalpa. Quindi un importante citta' coloniale spagnola. Con le sue bellissime chiese, bastioni etc. Non ricordo se ho gia' parlato dell'atteggiamento che ormai ho sviluppato verso le "belle citta' coloniali" della Latino America. Lo ribadisco in 2 righe... Io sono italiano e in particolar modo fiorentino (vabe' pratese, ma sono nato a Firenze, e poi dai, Prato fino a 20 anni fa non era altro che il distretto industriale di Firenze!): non venite a parlarmi di belle piazze e belle chiese coloniali in centroamerica perche' il meglio dell'architettura che ho visto qua non vale un singolo mattone della piu' scarsa chiesa del centro di Firenze... Mia opinione personale, ovvio, ma non sono da queste parti per ammirare l'architettura. La sera dopocena e il mattino seguente faccio un giro frettoloso per il centro di Comayagua rimanendo bel poco impressionato da questa meravigliosa archietttura coloniale. Tra l'altro anche in questa citta' come in tante altre che ho visitato vige il "coprifuoco". Ci capito di sabato sera, ma la fiesta e' scarsissima, negozi chiusi, non un posto dove bere una birra in allegria, poca gente a giro, tutta concentrata nella piazza centrale. Brrrr, meglio andare a letto.

Tappa numero 37: da Comayagua a Tegucigalpa, 99km
Una bella salita e una bella discesa per arrivare a Tegus. Una salita di quelle tranquille, pedalabili, dove si fa 10-12km/h e non 5-6 come in alcune in Guatemala... Insomma mi diverto anche a "tirare" un po' su questa salita. Poi, salendo sopra i mille metri la temperatura un pochino si abbassa. Pochi gradi ma si sentono.  La citta' di per se e' orribile. Davvero poco vivibile, caotina, attraversata da un fiume che e' in realta' una fogna. Il centro storico e' un ghetto dove si trovano alberghi decenti, buoni ristoranti, pasticcerie e panerie oltre ai soliti infami McDonald, PizzaHut et co. Da questo ghetto e' bene non mettere piede fuori, specialmente di notte. La citta' si trova su un altipiano tutto ondulato con monti tutt'intorno. Anche i vari quartieri stessi si trovano abbarbicati su piccole collinette e per questa ragione la vista dai vari punti panoramici e' davvero meritevole. Ma per viverci... mooolto male. Tegus e' la prima capitale in cui dormo durante questo viaggio. E ci resto per ben tre giorni. Forse vi starete domandando il perche' di una cosi' lunga pausa in una citta' sporca, poco interessante turisticament, pericolosa, caotica. La risposta e' semplice: a Peña Blanca, in seguito ad una caduta stupidissima senza alcuna conseguenza per l'uomo ci sono state alcune conseguenze non banali per la bici... La quale e' ancora utilizzabile (e infatti riesco a fare i circa 200km che separano Peña Blanca da Tegus) ma necessita urgentemente di un meccanico di bici vero. C'e' il forcellino piegato e quindi il cambio va un po' per i cavoli suoi, ed un raggio rotto sulla ruota posteriore. Il raggio l'ho sostituito da solo, ma senza smontare pacco pignoni e/o freno a disco riesco a fare solo un rabbercio mooolto temporaneo. Ho raggi di scorta con me ma non ho ne' gli strumenti ne' l'esperienza per rimovere (e soprattutto rimontare!) un freno a disco o un pacco pignoni. E non mi fiderei neppure a far fare questo lavoro da uno dei tanti meccanici di bici scassatissimi che si trovano un po' ovunque. Voglio un negozio di bici vero, e visto che comunque da Tegus dovevo passarci, tanto vale permanere un poco piu' del previsto, lasciare 24 ore la bici al miglior negozio di tutta la citta' e quindi di tutta la nazione (ihihihih). Lascio quindi Felicia in manutenzione da Hondubikes (trovato su internet, l'unico negozio di bici honduregno che ha anche un sito internet) e riparto con una bici rimessa completamente a nuovo. L'hanno controllata e pulita tutta.... dopo 4mila chilometri avevo le fette di tortillas, sporco e fagioli incrostate tra i pignoni. Adesso ogni ingranaggio brilla di luce propria!

Tappa numero 38: da Tegucigalpa a Yuscaran, 92km
Scappiamo via di corsa da Tegus. Yuscaran e' un paesino di montagna su una deviazione di una dozzina di chilometri dalla strada che verso sud porta al confine col Nicaragua. C'e' un po di salita per arrivarsi, ma sempre ben pedalabile. A Yuscaran mi fermo una notte, il paesino mi piace, e' caratteristico, immerso nel verde e tranquillissimo. C'e' anche una delle piu' importanti fabbriche di grappa honduregna. C'e' la possibilta' di fare una visita guidata alla fabbrica ma quando io arrivo e' gia' tardi ed il giorno dopo riparto subito. Nelle vicinanze c'e' anche un parco naturarale che non visito per il motivo suddetto.

Tappa numero 39: da Yuscaran a El Paraiso, 87km
El Paraiso e' un paesino vicino al confine Nicaraguense. Non c'e' nulla di particolare qui, solo una tappa in avvicinamento al Nicaragua. Una delle mie due guide turistica lo menziona dicendo semplicemente che per chi e' di passaggio lungo questo confine, e' piu' piacevole fermarsi qui che non a Las Manos che e' il paese proprio sul confine. Seguo il consiglio della Footprint e mi fermo una notte a El Paraiso. Tra l'altro, lungo la strada, un tizio, uno dei danti presso i quali ho fatto rifornimento di acqua, mi dice che a El Paraiso il parroco e' un italiano di Milano. Mi piace l'idea di arrivare in bici in un posto cosi' sperduto e mettermi a chiaccherare un po' con un prete milanese. Appena arrivato cerco quindi la chiesa cattolica (ci sono diverse confessioni, e quindi diverse chiese da queste parti) ma non c'e' molto da cercare. Basta stare in scia al grosso funerale che si sta svolgendo. E' morta una giovane ragazza e tutto il centro del paese e' pieno di gente che si sta recando verso la chiesa. La piazza e' affollatta di gente in lutto. Davvero un pessimo momento per poter chiaccherare in tranquillita' col prete italiano. Rinuncio all'idea e mi cerco un hotel barato. Il giorno dopo riparto di corsa senza aver potuto incotrare il prete. Peccato, ma fermersi un giorno in piu' in un posto cosi' anonimo solo per fare 2 chiacchere con un prete italiano, beh, mi sembra davvero eccessivo. 

Tappa numero 40: da El Paraiso a Esteli' (Nicaragua), 127km
Tappa impegnativa con discreti saliscendi pedalabili. Ci si mantiene sembre intorno ad un altezza di mille metri ed il caldo e' sostenibile. Le pratiche burocratiche alla frontiera non presentano particolari problemi ma e' sempre un mezz'oretta o piu' che se ne va via, e c'e' quindi da pedalare (non da passeggiare) se voglio arrivare nella citta' di Esteli' prima di buio. Esteli' e' una citta' abbastanza grande con un bel parco centrale e una buona tappa per esplorare i parchi nazionali e le montagne dei dintorni. Cosa che non faccio perche' ho deciso di aspettare altri parchi piu' a sud.   

Tappa numero 41: da Esteli' a San Jacinto, 122km
Altra tappa lunga ma pianeggiante. San Jacinto e' un villaggio minuscolo, povero, dedito all'agricoltura, coi polli i cani e i maiali a giro per le strade. Neppure segnato sulla mia mappa. La specialita' di San Jacinto e' che giace proprio in mezzo all'anello di fuoco, la catena di  vulcani che costeggiano il Nicaragua a nord del lago di Managua. Ci sono (ovviamente) delle fonti termali, un solo spatano alloggio e la possibilita' di fare una giornata di camminanta fino alla cima del vulcano Telica. La gita fino in cima al cratere dura 6-7 ore e la faccio in compagnia di una guida locale. Il paesaggio e' brullo, secco, con la terra resa polvere dalla presenza del vulcano. Nel giro di pochi minuti ho le scarpe da ginnastica piene di polvere. Il ragazzo che mi giuda cammina invece con con un paio di stivali da pescatore a mezzo stinco. Lui sa come proteggersi dalla polvere. La salita e' caldissima e il paesaggio durante l'avvicinamento al vulcano non e' straordinario.
Pero', arrivato in cima al cratere lo spettacolo che mi si dipana davanti mi affascina totalmente. E' la prima volta che mi trovo a camminare proprio sul bordo di un cratere attivo, con la lava rossa e i fumi che salgono dal fondo. Natura potente e selvaggia: lassu' a mille e rotti metri siamo solo io e la guida. Mi faccio fotografare sul bordo del cratere; se faccio due passi indietro ci cado dentro. Spettacolo!


Tappa numero 42: da San Jacinto a Masaya, 146km
Tappa lunga ma pianeggiante. Devo pero' pedalare per diverse ore e tirare abbastanza per arrivare a Masaya prima del buio. E ci riesco, visto che questa volta parto davvero di buon'ora. (Non e' che in genere mi sveglio tardi, anzi, e' che tutti i preparativi per la partenza portano via tanto tempo la mattina. Sembra la partenza di un esercito, invece sono solo io... Tanti piccoli particolare che spesso mi fanno ritardare). Passo attraverso la capitale, Managua e tiro dritto come un fuso! Ne ho gia' vissuta una di queste orribili capitali centroamiricane e tanto mi basta.

Tappa numero 43: due girate nei pressi di Masaya, 60km
Masaya e' una citta' di piccole dimensioni, carina e vivibile, dedita soprattutto all'artigianato di mobilia. Il Nicaragua mi sta piacendo. Per la sua natura, per i vulcani attivi. Per la gente e il loro modo di frescheggiare al tramonto mezzi assopiti su delle sedie a dondolo in legno appoggiate fuori dalla porta di casa, guardando la gente passare lungo la strada.
Faccio una gita per visitare il vulcano attivo Masaya e la fortezza. Il vulcano Masaya e' composto da piu' crateri e il cratere Santiago e' il piu' attivo di tutto il Paese e uno dei piu' attivi del CentroAmerica. Emette fumi sulfurei in quantita' davvero esagerate. Pero' -per questo suo primato- e' molto visitato. C'e' una strada asfaltata che porta fino quasi in cima al cratere e una scalinata con transenne che ti fa arrivare fin proprio in cima. Ci sono quindi molto turisiti e la sensazione di non potersi buttare nel cratere a causa delle transenne e delle protezioni. Io invece, vorrei buttarmi nel cratere! Quindi grande spettacolo della natura ma l'emozione che provo e' decisamente inferiore a quella provata durante la scalata al vulcano Telica da San Jacinto.
 Il giorno successivo faccio una altra gita al carinissimo paesino di Caratina e alla laguna de Apoyo, parco protetto dove i nicas vanno a fare il bagno durante questi giorni di festa pasquale. Qui l'acqua e' pulita per davvero e posso bagnarmi anch'io.

Tappa numero 44: da Masaya a Granada, 22km    
La tappa piu' breve e piu' facile finora percorsa. Faccio fatica a chiamarla tappa... Per di piu' e' tutta pianura e discesa. Il punto e' che qui in Nicaragua quasi tutte le zone di interesse turistico sono molto vicine tra loro, lungo la fascia dei due enormi laghi e dei molti vulcani che le accompagnano. E come dice il sottotitolo di questo blog... "Le pedalate di un toscano POCO ciclo e MOLTO turista" quindi, ho la scusa per mettere da parte un po' la bici e dedicarmi al turismo.
Granada e' un altra citta' coloniale. La piu' antica del centroamerica, la piu' bella nel Nicaragua. Ed in effetti non che queste chiese siano minimamente paragonabili a quelle europee (e italiane in particolare) pero' la citta' e' davvero carina, simpatica e vivibilissima. Merita senza dubbio un paio di giorni. E' da qui che scrivo.
Grananda giace su una sponda dell'enorme lago di Nicaragua. Sabato e domenica di Pasqua e una miriade di nicaraguensi impacchettati sulle rive del lago a fare il bagno e vari giochi da spiaggia. La citta' e' caldissima e umida ma nel parco centrale si sta benissimo seduti nel patio di un bar a sorgeggiare una bevanda fresca. A fare il bagno nel lago ci vadano pure i nicas, io non ci vado visto che c'e' una bellissima fogna a cielo aperto che finisce proprio nel lago. Ai bambini nicas non gliene frega nulla della fogna, a me invece frega!


Ancora pochi giorni di turiciclismo in Nicaragua (piu' turi che ciclo, per i motivi gia' detti) e poi entreremo in Costa Rica dove riniziero' a pedalare energicamente visto che il Paese dei Ticos e' abbastanza sciupato dal turismo di massa e il costo della vita e' altissimo. Gia' sapevo di questo, ma sentire altri viaggiatori incontrati che mi parlano di 2 (due) euro per un caffe' mi fa un po venire i brividi. Il Nicaragua e' invece il paese piu' economico che ho finora attraversato. E la natura e' pressoche' la stessa in Costa Rica ed in Nicaragua. Vale quindi la pena dedicarsi un po' di piu' ai parchi qui tra i sandinisti e tirare dritto nell'ormai mainstream Costa Rica.


Pasqua 2012, quota 4300 kilometri e rotti.
Aventura loca sigue pedalando.













sabato 31 marzo 2012

Tales Of The Cyclonomads, Chapter 2: Vita, morte, zombificazione e resurrezione di un portapacchi


Ok Sir Puccio. Eccoti la storia del portapacchi. Cosi', dopo che avrai letto, la notte riuscirai a dormire!

1. Nascita e vita.
Ci penso alcuni giorni a casa su che portapacchi scegliere per questo viaggio. Scropro di questa azienda tedesca, la Tubus che fa i piu' indistruttibili portapacchi per bici. Si rivolgono appunto a chi fa cicloturistiche lunghe, i loro prodotti sono in acciaio, o lega di cromo e forse mi sembra addirittura alcuni in titanio!
I migliori sono progettati per sopportare fino a 40kg di carico! Insomma, sia nella scelta dei materiali che per il resto la Tubus fa prodotti top. Ma ovviamente la qualita' top si paga. Si parla di circa 110-120 euro per il portapacchi in acciaio. Piu' spese di spedizione.
Ho quindi valutato la possibilita' di mettere un Tubus ma poi mi sono orientato su un piu' economico portapacchi nostrano in alluminio (tubi vuoti) con portata massima di 25kg. Molto piu' economico, circa 25 euro, e disponibile subito mentre il Tubus sarebbe stato da ordinare e da aspettare con molta trepidazione visto che il tempo della partenza si avvicina. Quindi opto per questo onesto portapacchi italiano, utilizzato anche nelle bici da passeggio per mettere il seggiolino per bambini. 25kg sono buoni come portata massima, io penso di averne al massimo 20 sul posteriore.
Il problema e' pero' valutare a quali e quanti sollecitazioni dinamiche sono sottoposti questi 20-25kg di peso. Perche' una cosa e' dire "quest'oggetto regge 25kg, da statico" e un altra e' dire "quest'oggetto regge 25kg anche se lo sballotti a bestia e lo sottoponi a vibrazioni per 2000km di strada". Ecco, sono due cose diverse, e io ci penso solo adesso...bischero. Finche' sono stato su strade ben asfaltate tutto bene. Beh, almeno apparentemente, in realta' la struttura in alluminio penso che inizi a soffrire fin da subito, almeno a livello microscopico.

2. Supplizio e morte.
Poi sono arrivati gli sterrati (pianeggianti e non lunghi) in Belize, e i tre giorni di sterrato (discese e salite) in Guatemala. E sono arrivate anche le strade acciottolate dei centri storici nelle vecchie citta' coloniali Guatemalteche: Chichicastenango, Quetzaltenango, Antigua, in ordine cronologico. E gia' a Quetzaltenango il portapacchi non ne poteva piu´. Dopo un escursione giornaliera, torno la sera nella camera della casa dove alloggio  (si', casa, non albergo) e noto questo:




C'e' una frattura, netta, nella zona in basso su un lato, dove il portapacchi e' attaccato alle forcelle posteriori.
Moooolto male. Lo aggiusto come vedete con del fil di ferro. Di nuovo, le pinzette a becco lungo migliori amiche del cicloturista-meccanico improvvisato-Mc Gayver.
Come gia' detto in un precedente post, la parte orizziontale del portapacchi e' pericolosamente abbassata anche se ancora non sfiora la ruota.
Il rammendo applicato e' sufficiente per fare una tappa, non di piu'. Ormai posso anche stare su strade con un asfalto da formula uno ma il portapacchi sta tirando le cuoia. Alla tappa successiva, diregendomi verso Antigua inizia a cedere in altri 3 punti nevralgici: sull'altro lato c'e' una nuova frattura come quella che vedete in foto, e due crepe. La parta orizzontale delle struttura ormai tocca la parte alta della ruota posteriore. Mi devo fermare per tirarlo su a forza con le mani.


3. La zombificazione.
Col fil di ferro non si puo' andare avanti. Non c'e' problema, il Guatemala e' pieno di meccanici di auto, meccanici di moto, meccanici dei freni, meccanici delle frizioni, meccanici delle bici, meccanici che lavorano il metallo e basta, meccanici di meccanici di meccanici. Taller, si chiamano qui. Il 95% sono baracchette arrabattatissime. Mi fermo presso uno di questi sulla via per Antigua: e' un meccanico di frizioni di auto. Mi attira la scritta sul portone "saldature". Gli chiedo se salda l'alluminio (cosa piuttosto difficile). Mi dice di no, solo ferro. Gli spiego il problema.
Il tizio (le mani che vedete nella prima foto sono le sue) ha tempo e mi dice che qualcosa si puo' fare. Trova dei pezzi di ferro dello spessore giusto, e piegandoli opportunamente li infila dentro il tubo vuoto di alluminio nei punti dove si e' crepato o rotto. Nel giro di un oretta e mezzo il lavoro e' fatto. Questa e' quella che tra me e me ho poi chiamato "la zombificazione" del portapacchi. E' sempre lo stesso ogetto ma con alcuni rinforzi in ferro. A fine lavoro, gli chiedo quanto vuole, "fai te" mi dice, io insisto, "no, no fammi un prezzo", lui mi dice "non e' questo il mio lavoro, io riparo frizioni di auto, vabe' dammi 20 quetzales". Gli faccio "20 sono pochi" e gliene do 30 (3 euro). Durante il suo lavoro ci sono altri 2 colleghi e 1 curioso. In totale siamo in quattro ad osservarlo e a chiaccherare. Viene fuori che sono europeo, del viaggio in bici etc etc. Prima di salutarmi mi chiedono se ho un euro da fargli vedere, non ne hanno mai visti e sono curiosi. Ho un foglio da 50 e glielo mostro. "Es mas ancho que largo" mi fanno, [e' piu' largo che lungo], ed e' vero, il dollaro ed anche i quetzales hanno un taglio piu' stretto.
Riparto verso Antigua col portapacchi zombificato. Non e' perfettamente vivo ma non e' neppure morto perche  l'anima di ferro gli permette di sopportare il carico senza andare a toccare la parte superiore della ruota. Speravo in un risultato migliore ma ancora non ci siamo. Cosi' si riesce a fare un paio di tappe ma non di piu'. Ogni tot chilometri devo fermarmi per tirarlo verso l'alto perche' continua ad abbassarsi rimanendo comunque piu' in alto di prima rispetto quando non c'erano i rinforzi in ferro.
Inizio ad essere preoccupato. Antigua la vivo male un po' per questo motivo, un po' perche e' una citta' davvero troppo turistica per i miei gusti. Inizio a pensare a soluzioni complicate tipo ordinare un Tubus su qualche negozio online americano, pagarlo con la carta di credito e farselo spedire in albergo.
Totale: 110 euro + chissa' quanti per la spedizione e questo e' il problema minore. Giorni o forse settimane di attesa ad Antigua, una cittadina cara che non mi piace. Ma anche se mi piacesse sarebbe uguale. Non posso stare fermo settimane. E questo e' il problema maggiore.
Nel giro pochi minuti mi rendo conto che questa NON e' la soluzione. "Ma quale stupida diavoleria stai pensando, Sascha", mi dico. "Internet, le carte di credito, settimane di attesa per un superportapacchi in lega marziana, un sacco di soldi.... Che complicazioni inutili. Guardati intorno piuttosto! Cerca la soluzione vicino, cercala semplice! Qui tutti accomodano tutto. Qui non si butta via niente. Qui e' pieno di meccanici. Qui si ripara tutto. Basta fare un lavoro con calma e con criterio, invece di un rabbriccico. La soluzione e' semplice, vicina e a basso costo.


4. Resurrezione.
Dormo una notte ad Antigua, e la mattina dopo mi alzo senza piu' dubbi. Partire subito e trovare un meccanico che sostituisca interamente la struttura in alluminio con una struttura in ferro (o altro materiale resistente) di uguale geometria. Da Antigua verso il Pacifico e il confine con El Salvador e' tutta discesa e pianura. Percorro i 140km col portapacchi zombificato. Ogni tanto mi fermo per distanziarlo dalla ruota ma mi rendo conto che la cosa non serve a molto. Anche se lo sollevo, dopo poco si e' di nuovo riabbassato tornato a meno di mezzo centimetro dalla ruota. Pero' non va oltre. I rinforzi in ferro sono tali da arrivare giusto al limite di toccare la ruota senza pero' superarlo. Il termine "zombificazione" mi sembra quanto mai appropriato. La zombificazione funzionicchia e viene ulteriormente testata su 7-8km di strada bianca (asfalto in rifacimento) che mi trovo, inaspettatamente,a fine tappa. Anche dopo lo sterrato il portapacchi rimane li', mezzo centimetro dalla ruota ma senza toccarla.
Arrivo sul confine, dormo in un posto assurdo e caldissimo (tetto in lamiera) dalla parte guatemalteca. La mattina dopo, colazione e subito in cerca di un meccanico. Ne trovo 2, uno e' ancora chiuso l'altro e' aperto.
Gli faccio vedere la bici, gli spiego il problema: "puoi sostituire tutto l'alluminio con del ferro o altro materiale resistente?" (esprimendomi un po' in uno spagnolo impresentabile, un po' a gesti...).
"Claro che si", mi fa lui, "ma non c'e' bisogno di sostituire l'intera struttura, basta intervenire su quella portante cioe' sui tre bracci verticali in ciascun lato. La parte orizzontale puo' restare in alluminio".
Benissimo. Inizia a lavorare. Smonta i bracci di alluminio, prende le misure, trova i prezzi di ferro adeguati, li fora per far passare le viti, li taglia, li piega e li salda come necessario per ricalcare la stessa struttura del vecchio alluminio. Questa volta mi sa che ci siamo. Sono contento, anche se non so come andra' a finire questo secondo intervento ho delle buone sensazioni. Ci sono, come al solito, un paio di curiosi/clienti che se la prendono comoda (e' sabato oltretutto) e stanno li' ad osservare con me. Come segno di buon auspicio vado al comedor accanto all' "officina" e compro cocacola per tutti i presenti e un milk shake alla fragola per me.
Il lavoro prosegue di buona lena. Dopo 2 ore o poco piu' e' completato, solo che i pezzi di ferro installati sono color... ruggine. "Una bici cosi' bella diventa brutta con un portapacchi di questo colore". Mi fai lui. "Se vuoi andiamo a comprare una bomboletta di spray nero e lo dipingiamo!". Ma si' dai, oltre ai 3 euro di materiale e mano d'opera spendiamone altri 2 per la bomboletta! Facciamo le cose fatte bene!

I vecchi pezzi di alluminio sono stati abbandonati da questo adorabile meccanico, nel caldissimo e anonimo paesino di frontiera di Ciudad Pedro de Alvarado. Chissa' che fine avranno fatto adesso: forse sono stati abbandonati in qualche discarica. Una di quelle illegali che spesso, putroppo, si incontrano lungo la strada. Mooolto piu' probabilmente sono stati venduti a qualche ferrivecchi che gli rivendera' o riutilizzera' chissa' come. Se ne vedono molti di ferrivecchi qui a giro. Si vedono tanti portoni di officine arrabatatte con scritto "compro ottone, ferro, alluminio, bronzo, stagno, rame, metalli in genere".
Quello che so' e' che il nuovo portapacchi coi bracci verticali in ferro va alla grande. Caro, vecchio, pesantissimo, indistruttibile ferro.
I famigerati sterrati delle strade guatemalteche, ed una mia eccessiva faciloneria nella fase di scelta del portapacchi, hanno creato il danno. I mitici meccanici Chapin (e' cosi' che i guatemaltechi si chamano tra di loro) che tutto aggiustano hanno ridato nuova vita al mio viaggio. Aventura loca e' anche questo.

Adesso e' il mio primo giorno in Nicaragua, nella citta' di Esteli. Siamo gia' a 4000km e ancora un po' di strada manca prima di arrivare a Panama.


Aventura loca sigue pedalando!











mercoledì 21 marzo 2012

So far so good. (Hasta ahorita todo bien!)


Cari lettori eccoci di nuovo su questi pixel dopo un lungo silenzio...
Mi scuso per il silenzio, ho pedalato tanto, spesso fino al tramonto e dove ho dormito non sempre era disponibile un internet point. Andiamo quindi a fare un breve riassunto delle ultime tappe.

Nell'ultima puntata dovevo ancora arrivare ad Antigua di Guatemala. Beh, sono passato per Antigua (scappando via di corsa, bella archituettora, si, ma troooppo turistica - Gringoville), sono sceso verso le pianure del pacifico (caldissime) attraversando il confine con El Salvador. 6 giorni in El Salvador, un po di montagna, e sono gia´in Honduras. Ho avuto ieri la seconda foratura (sempre sulla posteriore, il pneumatico inizia ad essere un po´consumato ma aspettero´ ancora un altra foratura prima di sostiuirlo). La foto che vedete l´ho appunto scattata ieri durante la sostituzione della camera d´aria.Il luogo e´ una fabrichetta di calcina (o cemento, non so, non me ne intendo) dove céra un operaio a lavorare. Non ho deciso di fare la sostituzione li´per ritrovarmi completamente imbiancato (cosa che ovviamente e´ successa), ma perche´ avevo un riparo dal caldo infernale della strada. Finche´viaggi cé´il vento che ti salva dal caldo (beh, non sulle salite), ma come ti fermi.... ti sciogli come un budino.

Siamo a quota 3300 km circa ed siamo ancora in Honduras. Manca tutto il Nicaragua, tutto il Costa Rica e un pezzettino di Panama. Ho girellato molto piu del previsto (soprattutto in Guatemala, paese che mi e´piaciuto molto).Sforero' abbondantemente i 4000km previsti. Mi sa che ci avvicineremo piu´ai 5mila ma v a bene cosi...
Andiamo per ordine col riassunto.

Guatemala:
Da Tecpan ad Antigua di Guatemala. 60km. 
Tecpan e´la citta´piu fredda (siamo un po in quota) dove abbia soggiornato durante questo viaggio. Serve tutto il vestiario invernale che mi sono portato dietro. Beh, vuol dire che almeno una volta l'ho usato e non ho portato tutto questo peso invano.
La strada verso Antigua e´ prevalentemente in discesa e pianura, tappa facile. Arrivo ad Antigua di buon 69tempo. La citta' e' bella pero' non mi piace questa atmosfrera cosi' turistica. Sembra che tutti i gringo siano concentrati qui. Anche tutti questi negozi e ristoranti fashon non e' che mi stuzzichino piu di tanto. Ovviamente i prezzi (di qualunque cosa sono molto alti). Sono inoltre un po incazzato perche' continuo ad avere problemi col portapacchi che e' ormai in crisi netta: ci sono 2 crepe e 2 fratture dove l'alluminio si fissa alle forcelle posteriori. La struttura e' pericolosamente abbassata fino a sfiorare quasi la parte superiore della ruota. Ma voglio dimostrare al fato che ci vuole ben altro per fermarmi e costringermi a continuare questo viaggio con mezzi pubblici.
Decido quindi di sostare una sola notte an Antigua e faccio appena in tempo a visitare il centro storico. Il problema col portapacchi sara´completamente risolto (dopo un test di diversi giorni posso affermarlo ad alta voce) nell'orrido e caldissimo paesino al confine tra Guatemala ed El Salvador, due giorni dopo aver lasciato Antigua. Ma questo aneddoto della resurrezione del portapacchi merita un post a parte, il prossimo che scrivero´. Una nuova fiaba della serie: ¨Tales of the ciclonomads¨.

Da  Antigua a Ciudad Pedro de Alvarado, confine con El Salvador. 147km.
Tappa lunga, dove c'e' da pedalare senza sosta per arrivare prima del tramonto. Ma c'e' tanta discesa e tantissima pianura, quindi la fatica alla fine della tappa e' ben entro il livello di guardia. Dai 1400mt di Antigua si arriva al livello del mare. Ogni tanto mi devo fermare, smontare tutti i bagagli posteriori e con le mani tirare su a forza il portabagagli per evitare che vada a toccare la ruota. La struttura e´ stata riparata alla ¨bene e meglio¨ nella tappa verso Antigua. Sufficiente per fare una tappa, ma non di piu.
A Ciudad Pedro di Alvarado dormo e la mattina seguente, con il lavoro di uno dei tanti MITICI meccanici guatemaltechi risolvo il problema in modo definitivo.

Da Ciudad Pedro de Alvarado a Sonsonate (El Salvador). 69km.
Parto dopo le ore 14, perche' l'intera mattinata e' (ottimamente) spesa per riparare il portapacchi. Tutta pianura ma pochi chilometri.Sonsonate e' un altro brutto e caldissimo paese di pianura dove non c'e' niente da fare se non mangiare e dormire. All'inizio ho qualche difficolta' a capire che la moneta ufficiale in El Salvador e' il dollaro americano. Sul sito di "yahoo valuta", che consulto per capire quanto valgono le monte dei vari paesi che attraverso, segnano tuttora il Colon come monte Salvadoregna. Un Euro dovrebbe valere circa 11 Colon (sempre secondo i simpatici economisti di "yahoo valuta", andate a verificare voi stessi qui ). Peccato che il Colon Salvadoregno non esiste piu` da alcuni anni, ed e´stato allegramente sostituito dal dollaro. Quindi, depistato da yahoo, faccio molta fatica -domandando alla gente- a capire come funziona sta cosa della moneta. Poi, quando il bancomat mi sputa fuori i dollari, capisco l'arcano.

Da Sonsonate a Santa Ana. 91km.
Si riparte di corsa dalla polverosa Sonsonate e si sale in montagna. Questa, per il paesaggio, e´ la tappa piu spettacolare fatta in El Salvador. Il paesaggio e' bellissimo (mi piace la montagna!!), si sale tra montagne verde e una veduta di ben sette vulcani! El Salvador, tra i paesi continentali dell'intero globo e' quello con in maggior numero di vulcani per km quadrato. Ci sono coltivazioni di caffe' un po' ovunque. Attraverso alcuni paesini davvero carini, piccoli, con chiesette e gente simpatica. Il clima e' decisamente piu' mite, grazie all'altitudine. Varrebbe la pena passare un giorno in uno di questi paesini ma la tappa sarebbe troppo breve, quindi decido di tirare dritto fino a Santa Ana, la seconda citta' piu' grande del Paese. Arrivo a Santa Ana stanco ma contento di aver pedalato attaverso cotanto spettacolo della natura. Santa Ana e' una citta' carina ma niente di spettacolare. Resto qui due notti. L'idea sarebbe quella di fare un giorno di riposo. Riposo che si rivela essere piuttosto scarso, visto che il secondo giorno a Santa Ana faccio un escursione giornaliera in bici (ovviamente scarica dei bagagli) per andare a visitare il bel lago vicino. Peccato che l'escursione si rivela essere 55km tra andata e ritorna con discrete salite e un pezzo di sterrato. Quindi il giorno di riposto non e' stato proprio Riposo... Diciamo riposino! Il lago e' comunque molto bello, ne e' valsa la pena. Mi rilasso leggendo, facendo il bagno, e chiaccherando con un meccanico di bici e coi suoi amici, tutti superinnamorati della mia Felicia. Dicono di non averne mai viste cosi' dal vivo, solo in TV nei programmi americani. Dicono tutti cosi'... Gli uomini tutti a chiedermi quanto costa, quanto e' bella etc. etc. Le donne tutte a dirmi "Ma non ti stanchi a viaggiare sempre in bici?" Oh, si si, mi stanco, eccome se mi stanco. Ma poi recupero anche!

Da Santa Ana a Suchitoto. 80km.
Tappa abbastanza facile, leggero saliscendi e molto caldo, non siamo piu' in montagna. Ma Suchitoto e' davvero un paesino carinissimo. Una delle principali mete turistiche di El Salvador, (ma di turisti per fortuna ce ne sono pochi, non come Antigua di Guatemala!). Paesino piccolo ma molto tranquillo, caldo e pittoresco sia per la posizione geografica sia per l'architettura. E' considerato la capitale culturale di El Salvador ma non immaginatevi la Parigi degli impressionisti, o la San Francisco degli anni 60, o la New York di... sempre!
Qui tutto e' in scala ridottissima. Comunque la vena artistica di Suchitoto si nota bene: il padrone della guesthouse e' un pittore ed anche il ragazzo che ci lavora. Qui tutti si dilettano di arte. Magari non ne uscira´ fuori il nuovo Van Gogh o il nuovo Frank Zappa ma qui la gente se la passa bene. Davvero un bel posto. Rilassatissimo.

Da Suchitoto a La Palma (confine con Honduras). 75km.
Mi trattengo 2 notti a Suchitoto. C'e´anche un grosso lago da visitare, molto vicino. Ci vado ma non faccio il bagno. Un po' troppo paludoso.
Da Suchitoto (quota 200mt circa) si sale di nuovo in montagna fino ad arrivare a circa 1200 nel paesino di La Palma, sul confine con l'Honduras. Di nuovo salite (impegnative ma non tremende) e bei paesaggi. La Palma, e altri paesini dei dintorni e' famoso per il suo artigianato ma non compro niente. Sono gia´abbstanza zavorrato cosi'! Il paese e' carino ma non abbastanza da trattenermi 2 notti. E poi, avendo appena fatto un giorno di riposto, non sono stanco. Si dorme e si riparte.

Da La Palma a Santa Rosa di Coban (Honduras). 113km.
Queste due localita´si trovana all' incirca alla stessa altitudine e non mi aspetterei di trovarci in mezzo le montagne russe. E invece ce le trovo... tappa dura con tanta salita (cosi' e' la mia impressione almeno) e paesaggi davvero spettacolari. Valli verdissime e montagne tutt'intorno. Uno dei migliori paesaggi visti finora.
Impiego 7 ore e 15 minuti in sella per coprire questi miseri 113km. E non e' che sono andato a passeggio... oh, no no, ho spinto su quei pedali, eccome se ho spinto. Arrivo a Santa Rosa che e' quasi buio.
Le condizioni delle strade honduregne sono forse le peggiori che abbia incontrato finora, se si fa eccezione per 3 tappe guatemalteche con notevole sterrato. L'asfalto di per se' sarebbe in buone condizioni peccato che ogni spesso ci sono delle buche che sembrano crateri lunari. Ci potresti costruire un villaggio dentro questi crateri! La cosa divertente e' che c'e' anche il cartello a dirtelo:"attento, zona di buche". Mettono il cartello ma mica le riparano. Insomma, c'e' da tenere gli occhi fissi sull'asfalto, specialmente in discesa.
Santa Rosa e' una citta' abbastanza grande ma non mi attrae particolarmente. Il giorno dopo si riparte per
il sito archeologico di Coban Ruinas.

Da Santa Rosa di Coban a Coban Ruinas. 110km.
Anche questa e' una tappa abbastanza impegnativa con tanto saliscendi.
Coban Ruinas e' un paesino molto carino, con strade acciottolate e piccole casine. C'e' una festa del patrono quando arrivo. I festeggiamenti per il patrono qui durano una settimana intera. Beati loro! Fuochi artificiali, bancarelle di cibo nella piazza principale, banda paesana e tanta gente a passeggiare. Dormo in un posto chiamato "El Viajaero".
Coban Ruinas attrae molti turisti perche' e' il piu' importante sito archeologico maya honduregno e l'avamposto piu' a Sud di tutto l'impero Maya. Cerco un posto economico dove dormire e il giorno dopo visito il sito archelogico, situato a 2km di distanza dal paese. Il sito e' interessate soprattutto per le imponenti steli di pietro con bassorilievi dei vari sovrani, ma -scusate l'insensibilita'- a volte mi sembra di trovarmi di fronte a degli stupidi mucchi di pietra. Non sono tagliato per l'archeologia, mi emoziono di piu' a vedere certi uccellini esotici che svolazzano da un albero all'altro nella giungla che circonda il sito. Stesse sensazioni avute a Tikal in Guatemala. Questo e' il secondo e ultimo luogo archeologico che visito in questo viaggio. Tra l'altro l'ingresso e' carissimo: 12 euro. Gli Uffizi di Firenze costano -se non sbaglio- 8 euro e tra le due cose non ho dubbi su quale mi emozioni di piu'. Ma tant'e', siamo nel 2012, tutti pazzi per i Maya ed il loro mistico calendario.

Da Coban Ruinas a Quimistan. 124km.
Dopo 2 giorni a Coban Ruinas riparto puntanto verso il centro del paese dove ci sono parchi naturali, laghi e cascate (imponenti) che vale la pena visitare. Ma in una tappa e' impossibile raggiungere la zona dei parchi naturali. Decido quindi di pedalare il piu' a lungo possibile e quando vedo il sole calare cerco un posto per dormire nel paesino piu' vicino. La tappa e' lunga ma c'e' molta discesa e pianura. Perdo del tempo per via della foratura, ma non ho una meta particolare da raggiungere, quindi non ho fretta.
 La pallina della roulette honduregna si ferma su questo ignoto paesino chiamato Quimistan a 124km di distanza da Coban. Forse sono il primo occidentale ad aver passato una notte qui... Quanti paesini "inutili"(nel senso di completamente fuori dalle mete turistiche) ho visitato! Paesini che sono una strada, due chiese, tanti comedor, un piazza centrale, qualche bazar, un negozio di "moda" e un campetto di calcio. Al solito lo straniero viene guardato come fosse un alieno. C'e' un albergo squallidissimo e caruccio per quello che vale e uno caro (12 euro a notte) ma buono, pulito, spazioso. Inizialmente nessuno dei duei mi convince, e provo a chiedere in giro se mi fanno piantare la tenda da qualche parte. Mi dicono di chiedere al parroco. Inizio a cercare il parroco, indirizzato dalla gente del posto. Ma ormai e' vero buio:  piazzare la tenda e fare tutta la logistica al buio con la pila (e la stanchezza addosso) inizia ad essere un po' arduo. Rinuncio quindi all'opzione tenda e caccio fuori i 12 euro per l'albergo di "lusso".

Da Quimistan a Santa Barbara 84km.
Tappa con un po di leggero saliscendi, ma fondamentalmente facile. Non lunga, pero' il caldo e' micidiale perche' siamo in pianura. Al solito bevo tantissimo. Nelle pianure ci sono spesso lungo la strada venditori di succo di canna da zucchero. Confesso: e' una delle cose piu' buone che abbia mai bevuto in vita mia. E' molto energetico, saporitissimo, fresco e ne sono ormai dipendente... eheheh.
Santa Barbara e' una cittadella in fondo ad una valle. Caldissima ma circondata da belle montagne. E' da qui che scrivo. E' un buon punto di partenza per visitare il lago, i parchi naturali e la cascata. Domani mi trasferiro' al paesino di Peña Blanca (la strada sulla mappa sembra mooolto secondaria, speriamo di non trovare troppo sterrato) per immergermi un giorno nella natura. Eventualmente campeggiare nella struttura attrezzata vicino alla cascata (struttura attrezzata si fa per dire, gia' me l'immagino, qui e' tutto sgarrupato!) .

Insomma, finora tutto bene. I penumatici inziano ad essere consumati e ho ancora tanta voglia di pedalare.
Nel prossimo post vi narrero' la storia di vita morte, zombificazione e resurrezione di un portapacchi!

El Viajo sigue pedalando!

PS: sono le ore 20 ed ho troppa fame. Ho inoltre paura che in questo paesotto i comedor chiudino i battenti mooolto presto. Scappo dall'internet point per andare a mangiare senza neppure rileggere quello che ho scritto. Godetevi gli gli errori di battitura e strafalcioni sintattico-grammaticali!